LA TERRIBILE SORTE DEI CARRARESI A VENEZIA E CARLO ZENO, FREDERIC C. LANE CI RACCONTA

AFFRESCO nella reggia dei Carraresi, a Padova

AFFRESCO nella reggia dei Carraresi, a Padova

Di solito Venezia era magnanima con i vinti, a nobili o signori spodestati aveva concesso pensioni e salvacondotti, ma i Carraresi furono eliminati nelle carceri, anche se ufficialmente “morirono di polmonite”…

Venezia provvide ad eliminare drasticamente tutti i membri della famiglia, e a cancellare nella misura del possibile ogni memoria di essa nella città di Padova.

A Verona i veneziani conservarono i monumenti degli Scaligeri, quasi a cercarne legittimazione come loro successori (identica sarà la politica dell’Austria in una Venezia asservita n.d.r.); e i signori di talune città sottomesse a Venezia ebbero buone pensioni e poterono ritirarsi in Dalmazia o in Grecia. Invece tutti i membri della famiglia Carrara fatti prigionieri furono strangolati per ordine del Consiglio dei Dieci.

la loggia del palazzo carrarese, sotto l'Orologio

la loggia del palazzo carrarese, sotto l’Orologio

Fu diffusa la voce che erano morti di polmonite, ma di questo sotterfugio non c’era bisogno: i tre Carraresi catturati erano odiati dal popolino veneziano perché si erano più volte rivoltati ed erano accusati di aver progettato di avvelenare i pozzi della città.  Del resto l’uccisione dei nemici caduti prigionieri non era cosa insolita, all’epoca… I veneziani approvarono l’esecuzione mormorando il detto “omo morto no fa guera” .

Il Consiglio dei Dieci agì in base alle prove, in quanto i Carraresi, onorati con l’ammissione in seno alla nobiltà veneziana, avevano cercato di minare all’interno l’aristocrazia, e forse avevano ottenuto qualche successo nel formare un partito a loro favorevole.

In conformità al principio secondo cui i nobili veneziani non dovevano stringere alleanze e legami con principi stranieri, come invece facevano tanti nobili genovesi, l’accettazioni di donativi o pensioni dai signori di Carrara, era stata esplicitamente vietata.

Quando si misero le mani sulla contabilità segreta dei signori di Padova, ne risultarono pagamenti a vari nobili tra cui il massimo eroe militare veneziano, Carlo Zen, che pur li aveva combattuti con grande coraggio. Questi fu condannato alla perdita degli incarichi e ad un anno di prigione.

Carlo Zen, busto d'epoca

Carlo Zen, busto d’epoca

La votazione fu tutt’altro che unanime, ma lo Zeno si sottomise. Ala conquista di Padova, aveva rischiato al vita al passaggio di un guado, trascinando il suo esercito con l’acqua al collo al passaggio di un guado. Era un tributo alla forza morale della costituzione veneziana, il fatto che anche il cittadino più prode obbedisse alla volontà dei suoi colleghi aristocratici. Quando lo Zeno morì, nel 1418, all’età di 84 anni, gli furono comunque accordati i funerali solenni.

 

SAN MARCO E LE CARESTIE. I MAGISTRATI “AL FORMENTON”, UN ESEMPIO DI CAPITALISMO CRISTIANO.

290165_2517587749695_111890868_oNel titolo mi sono riferito a un capitalismo cristiano, ance se lo storico Frederic C. Lane non ne parla, ma lo ritengo tale, dato che il governo interveniva in maniera intelligente sul prezzo del grano, cercando di turbare il meno possibile le leggi dell’economia, ma permettendo ai meno abbienti di potersi sfamare, in epoca di carestia, acquistando la pagnotta a un prezzo accessibile, o , nei casi di crisi intensa, ricevendola addirittura gratuitamente.  Riporto sotto il testo, tratto da “Storia di Venezia” dello stesso autore, pagg. 352 e 353.

In un’annata  eccezionale (1511-12) le navi portarono a Venezia 60.000 tonnellate di grano, sufficienti a nutrire almeno 300.000 persone, ossia più del doppi della popolazione della città. 

Mantenere la città ben fornita era compito di una Commissione speciale, che doveva riferire al Doge ogni mattina sulla consistenza delle scorte esistenti nei due grandi magazzini granari della città: uno a Rialto, l’altro presso San Marco, adiacente alla Zecca. 

il fontego del megio (miglio)

il fontego del megio (miglio)

Se i rifornimenti scarseggiavano, o erano in vista cattivi raccolti, la Camera “del Formenton” garantiva prezzi relativamente alti ai mercanti che si impegnavano a far affluire grano entro una certa data. Questi importatori non erano tenuti a vendere al governo: avevano licenza di vendere  a privati al mercato libero, dove il prezzo poteva fluttuare secondo l’offerta e la domanda, salvo che non era consentito aumentarlo più di tanto in un giorno solo. Quando il prezzo saliva oltre il tollerabile, i funzionari statali lo abbassavano vendendo il grano dei magazzini, anche se ciò comportava una perdita.

Tutto il grano che entrava in città era registrato, anche quello che i proprietari terrieri raccoglievano nelle loro tenute di terraferma, e portavano nei palazzi di Venezia per uso proprio. Nel 1595 questo grano ammontava a circa il 30 per cento del totale. 

Un altro 22 per cento delle importazioni era acquistato al mercato da capifamiglia che impastavano il pane per conto proprio e lo mandavano a cuocere dai fornai. Il resto del grano importato dai mercanti, quasi la metà del totale, andava ai panettieri, che impastavano e cucinavano (i pistori) . La Camera del Frumento li controllava attentamente, assegnando loro gli approvvigionamenti e fissando i prezzi e le dimensioni delle pagnotte. 

Il prezzo per pagnotta era mantenuto costante per lunghi periodi, ma dopo cattivi raccolti le pagnotte erano più piccole. 

LA GIUSTIZIA VENETA CALUNNIATA E IL FORANETO DI VENEZIA

Di Edoardo Rubini

imagesSul Fornaretto e sui Piombi si sono dette cose fuori dal mondo, che non corrispondono alla verità storica, ma che si sono innestate nella memoria collettiva.

Un cosiddetto storico francese di fine ‘700, che va ancora per la maggiore nell’università italiana, di nome Darù, lavorava per Napoleone e scrisse una storia di Venezia per diffamarla. Così definì i Piombi fournaises ardentes , cioè fornaci ardenti, mentre queste celle erano collocate nel sottotetto di palazzo ducale dove si stava discretamente bene, poi scrisse che i Pozzi erano gallerie sotterranee: naturalmente non aveva mai visto ciò che descriveva, dimenticando che nel sottosuolo di Venezia c’è… l’acqua!download (1)

Quanto al cosiddetto Fornaretto, la leggenda ebbe una fortuna incredibile, dal dopoguerra in poi è divenuta l’unica nozione di giustizia veneta assimilata a livello di massa.  La vicenda fu montata nell’Ottocento, nel tempo in cui, per esempio, la letteratura romantica ribattezzò il ponte delle prigioni in “Ponte dei Sospiri” (altro nome inventato per i turisti).  Il Fornaretto, dicevo, sarebbe stato un popolano messo a morte ingiustamente, accusato di un omicidio altrimenti commesso da un nobile.  Un aneddoto partorito apposta per colpire la fantasia popolare: dai documenti originali non risulta tutto questo: solo in alcuni registri di condannati a morte ci è rimasto il nome di un tale Pietro Faciòl, ma in realtà non conosciamo l’identità di questo tizio. Il fatto è che del processo narrato dalla leggenda non si trova alcuna traccia in nessun documento di inizio ‘500, quando si sarebbe consumato l’omicidio in questione.

Nel 1507, anno trattato nei minuziosi Diari di Marin Sanudo, non si fa cenno a nessun giovane garzone impiccato per errore giudiziario.  Eppure, sull’onda del suggestivo Fornaretto, è fiorita una prolifica divulgazione: dall’omonimo dramma teatrale messo in scena da Francesco Dall’Ongaro nel 1846, al famoso giallo Il Fornaretto di Venezia di Franco Zagato edito dalla Newton Compton nel 1985, passando addirittura per il cinema, con l’omonimo film del 1963 diretto dal regista Duccio Tessari.  images

 possibile che nessuno senta puzza di bruciato?

No, nessuno si rende conto del bluff di una storia manipolata, peraltro attraverso avvenimenti di una gravità enorme.  La demolizione della nostra storia nazionale va fatta risalire al 1767, quando fu pubblicata in italiano la traduzione della Historie de la république de Venise depuis sa fondation jusqu’à présent par monsieur l’abbé Laugier del 1759.

Colmo della beffa, si trattava di un clamoroso plagio, rilevato già dai contemporanei, deiPrincipj di Storia Civile di Vettor Sandi.  Laugier scopiazzò l’opera dell’insigne patrizio veneto senza citarlo e v’introdusse l’impostazione ideologica illuminista.  Fu egli per primo ad affermare la pretesa soggezione veneziana a Bisanzio durante l’Alto Medioevo, sicché oggi tutti i professori italiani imitano pedissequamente la sua impostazione.  Tali falsità preconcette irritarono a tal punto Sandi da indurlo a pubblicare nel 1769 un testo anonimo per confutare quell’insano, reo, o leggiero francese, come lui chiamava Laugier.

Sandi scrisse così gli Estratti della storia veneziana del signor abbate Laugier ed osservazioni sopra gli stessi, ma gli Inquisitori di Stato invece di dargli man forte fecero togliere dalla circolazione le copie del saggio, per paura di complicazioni diplomatiche.  Ma consoliamoci: le falsificazioni dei francesi Laugier e Darù si sarebbero trasformate in un danno irreversibile se non si fosse riusciti ad ottenere la restituzione dell’Archivio di Stato sottratto da Napoleone e portato a Parigi, durante l’invasione della Repubblica nel 1797.  Una volta fatti sparire i documenti originali, sarebbe divenuto facile a qualunque storico prezzolato far passare ogni fandonia come verità.

ZINGARI E BANDITI: COME SAN MARCO DIFENDEVA I SUOI SUDDITI

In questi giorni di grande dibattito sull’espulsione dei Rom da alcuni paesi europei (L’articolo è del 2011), può essere utile rammentare che la Veneta Serenissima Repubblica vi procedette sistematicamente già nel Cinquecento, sollecitata dalle sue fedeli Comunità rurali, le quali non erano in grado di difendersi dalla delinquenza generalizzata portata dagli Zingari.Cingani-Raixe-venete

La Serenissima vi procedette con decisione, ma anche in controtendenza con la grande politica di ospitalità delle comunità straniere praticata soprattutto a Venezia, dove i foresti come Tedeschi, Italiani, Greci, Slavi, Armeni, Ebrei, Arabi, Turchi, Inglesi, Francesi, Spagnoli, Svizzeri, ecc. formavano delle piccole patrie all’interno della Città, collegate con la terra d’origine, dove esse coltivavano in forma privata le proprie religioni, lingue, culture, a volte potendo persino stampare propri libri. Importantissima l’attività di mediazione commerciale e talvolta diplomatica che tali comunità svolgevano con i propri connazionali.  Tuttavia, la Serenissima decideva quanta gente ospitare nel suo territorio, affidava agli stranieri interi quartieri in affitto e applicava loro le Venete Leggi. Con gli Zingari fu invece possibile stabilire alcun accordo. Si pubblica di seguito un estratto di “Giustizia Veneta” di Edoardo Rubini, edito da Filippi a Venezia nel 2004 (1° ed.).zingari_01

Zingari e bravi.  La Parte dei Pregadi 21 dicembre 1549 si limitava a proibire il soggiorno degli zingari entro i confini dello Stato venendo così incontro alle lagnanze dei sudditi disturbati dalla loro presenza.  Nel termine di tre giorni i Rettori dovevano mandarli fuori, né avrebbero potuto rilasciare altri permessi; non si faceva però menzione di pene.  La Parte dei Pregadi 15 luglio 1558 torna sul tema segnalando l’inosservanza della legge precedente: i famigerati Singani riescono ad ottenere dai Rettori patenti valide per tre giorni quindi, siccome i disagi persistono, si minaccia di interdire dall’incarico i Cancellieri che stilassero tali permessi che i Rettori rilasciavano a seguito di loro istruttoria. l43-zingari-120523173325_big

Le sanzioni contro tali immigrati abusivi s’inaspriscono: dieci ducati a chi ne consegnerà uno vivo, che sarà avviato all’imbarco forzato su galera per dieci anni (il massimo edittale), «possendo etiam li detti Cingani, così Huomini, come Femine, che saranno ritrovati nelli Territori Nostri esser impune ammazzati, si che li Interfettori per tali Homicidii, non habbino ad incorrer in alcuna pena».

Questa norma desta non poca meraviglia considerando che tutti i gruppi etnici furono bene accolti a Venezia: la Repubblica creò tante piccole enclaves, al cui interno le singole comunità si ricreavano l’ambiente di vita proprio della nazionalità d’appartenenza.  Unica eccezione, gli zingari: persino le loro donne vengono viste come un pericolo pubblico da estirpare. download

Dopo trent’anni la situazione non appare granché mutata: «tuttavia vi stanno in molto numero, con danno grandissimo di detti Territori, a’ quali vien anco dato recapito da molti, che tengono poco conto della Giustitia, e che partecipano delli loro Latrocinii, con mala sodisfattione delli Poveri Contadini».  La Parte dei Pregadi 24 settembre 1588 evidenzia quindi una ratio ulteriore oltre al bisogno di proteggere le fedeli comunità rurali della Serenissima dall’invadenza degli indesiderati: occorreva stroncare sul nascere la formazione di eserciti privati composti dai bravi che infestavano gli stati vicini, pertanto si puniva anche chi ospitasse Singani con tre anni d’imbarco in galera.

Le Parti del Consiglio dei Dieci 15 aprile 1574 e 26 aprile 1577 per la prima volta menzionano il termine bravi: «Apparvero nella Repubblica di Venezia agli inizi della seconda metà del ‘500, ma la loro presenza divenne sensibile a partire dal 1568, dopo che altri stati avevano cominciato a scacciarli»[1].  Che il fenomeno non sia autoctono lo spiega il proemio della Parte Cons. Dieci 18 agosto 1600: «Essendo commessi … molti Homicidi, & Assassinamenti … per lo più da Huomini Sicarii, sanguinolenti, Forestieri, che si conducono a servir particolari per Bravi, cavandone il viver, & altre molte commodità, commettendo tanto più ogni sorte di delitto, quanto che con facilità possano poi salvarsi, ritirandosi con poca, ò niuna spesa alle patrie loro». n6

Il drastico provvedimento concede a questi stranieri ventiquattro ore per lasciare la città o il castello dove dimorano e tre giorni perché se ne escano dalla Terra di San Marco; pene per i trasgressori: dieci anni al remo di galera[2] o amputazione della mano più valida e in caso d’inabilità al remo con bando definitivo e perpetuo che, se rotto, darà luogo all’ergastolo e a seicento lire di multa.  A chi li avrà assoldati bando ventennale dal territorio di residenza se il loro padrone è suddito veneto, altrimenti bando ventennale definitivo.

I bravi erano servitori armati alle dipendenze di signorotti locali, invisi alle Leggi venete.

[1] Povolo, Aspetti, p. 236.

[2] Anche per loro il massimo.

I LORO DIRITTI SIANO PROTETTI SULLO ZECCHINO DEL 1703

61050_160047434021290_6417158_nVe la immaginate una moneta così emessa oggi dall’Italia? a parte che non può neanche farlo, avendo rinunciato alla sovranità monetaria… se anche lo facesse, il suddito italiota penserebbe a una presa per il sedere da parte della classe politica nel complesso fellona; l’ennesima, e tradurrebbe al contrario. “I privilegi della casta siano tutelati ” . Lo stesso se l’emissione fosse europea, tanto ormai l’abisso tra il cittadino comune e chi lo dovrebbe rappresentare, è profondo.

Ebbene, possiamo affermarlo con certezza, all’epoca era il contrario: sotto il Leone ci si sentiva tutelati nei propri diritti di comunità e di individuo. La Storia, a saperla leggere, ci dice questo. Forse è il motivo per cui non se ne parla, nelle scuole del Veneto ?

IL PRINCIPIO SAGGIO DI VENEZIA DI DIFFIDARE DEGLI UOMINI AL POTERE.

Di Giovanni Distefano

consiglio-pregadiIl potere veneziano e la costituzione che lo regola sono basati su un principio molto semplice e saggio: la diffidenza verso coloro che esercitano il potere, un principio definito come “sospetto istituzionale” , per cui le persone al potere sono continuamente controllate e regolarmente sostituite (da noi oggi sarebbe una rivoluzione a 180 gradi, pensa che progressi abbiamo fatto, NdR ). Da ciò derivavano alcune regole fondamentali per la gestione dello Stato:

1) brevità delle cariche, cioè rotazione delle persone in tutte le Magistrature,  con mandati per periodi molto limitati, quindi l’obbligo di lasciare il potere per lo stesso periodo (contumacia) .

2) Collegialità, quindi impersonalità del potere (essendo frammentato tra più persone).

3) Pluralità degli organi dello stato che si controllano a vicenda, il che ricorda il principio che gli americani definiscono ‘checks and balances’ (frammentazione del potere tra gli organi)

Anche il sistema giuridico è diverso rispetto agli altri Stati italiani, lodato nel 16mo secolo dal giurista Jean Bodin il quale osservava che “l’offesa arrecata da un gentiluomo all’ultimo abitante della città è corretta e punita con molta severità, sicché a tutti ne viene una grande dolcezza di vita e una gran libertà di vita, che sa più di libertà popolare che di governo aristocratico “.

Jacopo Tintoretto, senatore veneziano

Jacopo Tintoretto, senatore veneziano

Diritto romano e diritto veneto.  I veneziani si rifiutano fin dall’inizio di adottare il diritto romano, considerato il diritto dell’imperatore. Per fare giustizia quindi si basano sui precedenti (come avviene nel diritto inglese) e in mancanza di essi, giudicano secondo equità, basandosi sull’  “arbitrium” del magistrato che però deve decidere sempre secondo “moribus et legibus” e cioè secondo leggi morali e civili.

I tribunali veneziani, essendo sottoposti alla rotazione degli incarichi, sono e hanno fama di essere indipendenti e non sono influenzabili dall’esterno.

Da “Atlante storico della Serenissima” 

LA SANITA’ ERA UN PREZIOSO BENE E I CORROTTI ANDAVANO PUNITI, ALLORA.

L’ASSISTENZA ai malati era un dovere degli stati cristiani, perciò, per individuare e colpire i profittatori e i ladri di risorse pubbliche si ricorreva anche alla delazione tramite le apposite bocche delle denunce, come quella che si trova alle Zattere, vicino alla chiesa di Santa Maria della Visitazione.

Anche chi rubava o lucrava su beni donati per la carità o il mutuo soccorso rientrava nella categoria degli infami. Per questo nell’androne di Scuola Grande di San Marco,  oggi ingresso dell’Ospedale Civile, una lapide immortala il reo comportamento del Guardian Grando che sottrasse risorse finanziarie e depauperò il patrimonio dei confratelli:

ZUAN DOMENICO RIZZO FU GUARDIAN / DELLA SCOLA  DI SAN MARCO BANDITO / DALL’ECCELSO CONSEGLIO DI DIECI PER / L’INFEDELTA’ DEL SUO MANEGGIO ET PER / HAVER INTACCATI E VENDUTI LI CAPITALI / DELLA MEDESIMA CON INIQUE FORME E / FRAUDI ENORMI.

Suggerirei di reintrodurre l'usanza di affiggere una lapide sulla casa dei pubblici ufficiali condannati per corruzione, a perenne memoria delle malefatte compiute. Visto che le pene non sono un deterrente almeno un po' di gogna mediatica non farebbe male... Ci sarebbe solo un problema, i muri potrebbero essere insufficienti.

Suggerirei di reintrodurre l’usanza di affiggere una lapide sulla casa dei pubblici ufficiali condannati per corruzione, a perenne memoria delle malefatte compiute.
Ci sarebbe solo un problema, i muri potrebbero essere insufficienti.

Lo stato veneziano era inflessibile quando giudicava gli amministratori disonesti delle istituzioni che dovevano assistere i bisognosi. fede e Carità, Religione e Ragion di Stato avevano fondato ospizi ed ospedali, garantendo che nei secoli i loro patrimoni non venissero intaccati da amministratori disonesti.

Per questa secolare continuità nell’impegno della fede e della politica per la salute e il mutuo soccorso, la lapide della Scuola Grande di San Marco affida ai posteri la condanna dell’amministrazione fraudolenta a danno dei poveri e degli indifesi come una preziosa lezione di civiltà-