La Venezia delle origini e la navigazione fluviale nella Terraferma “longobarda”. Comacchio.

d-11-bigSi conosce bene la potenza veneziana marittima ma poco sappiamo del ‘prima’. Dei secoli che vanno dalla fondazione all’anno Mille, il cui i Veneti marittimi scambiavano il sale e il pesce, e poco altro, con grano, la carne, il legname, la pece per catalafare le barche, con le città dell’entroterra, in terra detta allora, “longobarda”.  Frederic C. Lane ci racconta:

Ai tempi di Cassiodoro i principali porti dell’Adriatico settentrionale erano Ravenna ed Aquileia; quando queste persero posizione a causa delle il loro posto fu preso dalle città lagunari intermedie come sbocco per le merci di Bisanzio.  Comacchio era più vicina a Ravenna di Venezia e minacciava di diventare la sua erede. Nell’866 i veneziani la presero d’assalto e la misero a sacco; da quel momento ebbero il controllo delle foci dei fiumi dei fiumi che penetravano nell’Italia settentrionale. d-09-big

Se fosse stata Comacchio a sconfiggere i veneziani, avrebbe potuto diventare essa la Regina dell’Adriatico, e oggi Venezia sarebbe forse un paesetto di poco conto in una laguna stagnante, morta come la laguna di Comacchio, famosa solo per le sue anguille.

I battellieri veneziani spingevano la loro ricerca del grano fino a Pavia, capitale, prima di Milano del regno longobardo. Tra i mercanti che si radunavano in questo crocevia i veneziani si distinguevano come quelli meglio forniti dei prodotti dell’Oriente; incenso, sete e spezie; e offrivano anche il famoso panno purporeo della corte imperiale bizantina. Erano considerati gente bizzarra, che non seminava e non raccoglieva, ma che offriva sale e pesce.

Tutte le imbarcazioni fluviali veneziane era soggette a pedaggio, da parte delle autorità dell’entroterra (emanazioni dell’impero o liberi comuni) ma prima di affrontare il viaggio nella terraferma erano soggette al controllo dell’autorità i battellieri dovevano presentarsi ai posti di controllo. Si sequestravano merci “proibite” e si controllava la linea di galleggiamento per evitare i sovraccarichi. 10

Ben presto anche i liberi comuni iniziarono un traffico in senso inverso, con battelli propri si recavanoi  a Venezia e i veneziani conclusero dei contratti con loro stabilendo dazi ragionevoli e rimborsi in caso di predazioni. I “Lombardi” (oggi detti ‘campagnoli’ 😀 ) vennero a loro volta ammessi all’esercizio del commercio in Venezia ma non al commercio veneziano d’oltremare. Uno dei primi uffici doganali veneziani fu quello dei Magistrati dei Lombardi “Visdomini Longobardorum” che sovrintenevano alla protezione, al domicilio, ai dazi degli italiani di terraferma.

LE GALEE COMMERCIALI VENEZIANE, UN BELL’ESEMPIO DI CAPITALISMO DI STATO E IMPRENDITORIA PRIVATA.

4 Luca CarlevarijsSiamo tra il 1300 e il 1400, Venezia è uno stato governato da una aristocrazia di imprenditori, e quindi il governo cerca di favorire in ogni modo i traffici commerciali che si svolgevano tramite navi chiamate “cocche” per carichi grossi o imbarcazioni più agili e sicure (marinai e militari con armamento di difesa) chiamate “galere” o “galee”. Verso ma metà del 1300 tutte le galee erano di proprietà statale (tranne due o tre che trasportavano i pellegrini in Terrasanta) e venivano affittate a privati per i loro traffici mercantili.

Anche per varare una nave di quel genere i costi erano notevoli, quindi interveniva il capitale pubblico, altrimenti il traffico mercantile sarebbe divenuto monopolio per pochi. Invece cosi’ i privati potevano mettersi in società tra loro e partecipare all’asta dei noli per l’affitto dell’imbarcazione. Quindici – venti galere all’anno svolgevano quel compito. carlev-web-5943

Il miglior offerente  se giudicato degno dal Senato, riceveva un documento che lo autorizzava a gestire la nave per conto di un gruppo di investitori che formavano un tipo di società commerciale temporanea, una “impresa in nome collettivo”.

Egli era chiamato, in questo ruolo “patrono” ed era nominalmente il capo dell’impresa. oltre che comandante della galea. Egli doveva offrire al Senato tutti quei requisiti che assicurassero la capacità finanziaria per assumere l’equipaggio e per gestire la nave. In pratica il Patrono era spesso alle dipendenze di un capitalista che lo finanziava. image002

I noli per i viaggi in Oriente erano abbastanza alti in modo che potessero coprire i rischi, e i costi dell’attrezzatura nonché della costruzione delle navi.  I prezzi erano anche stabiliti in base alla politica commerciale che si voleva portare avanti in quel momento. Per esempio, nel 1423, per migliorare le condizioni del mercato di Venezia, le quattro galee inviate in Fiandra e in Inghilterra, ebbero l’esenzione totale da noli.

Al rientro, il “capitanio” della nave aveva l’obbligo di riferire a una commissione senatoriale, sul viaggio, sul comportamento dei vari “patroni”,sulla generale situazione commerciale incontrata. Dopo questo rapporto il Senato emetteva al rigurdo dei singoli patroni una nota di lode o di biasimo, che avrebbe pesato  sul conferimento di licenze future.

Per chi volesse approfondire, rimando a Frederic C. Lane, Storia di Venezia, capitolo su Splendore e declino delle navi mercantili.

SAN MARCO E LE CARESTIE. I MAGISTRATI “AL FORMENTON”, UN ESEMPIO DI CAPITALISMO CRISTIANO.

290165_2517587749695_111890868_oNel titolo mi sono riferito a un capitalismo cristiano, ance se lo storico Frederic C. Lane non ne parla, ma lo ritengo tale, dato che il governo interveniva in maniera intelligente sul prezzo del grano, cercando di turbare il meno possibile le leggi dell’economia, ma permettendo ai meno abbienti di potersi sfamare, in epoca di carestia, acquistando la pagnotta a un prezzo accessibile, o , nei casi di crisi intensa, ricevendola addirittura gratuitamente.  Riporto sotto il testo, tratto da “Storia di Venezia” dello stesso autore, pagg. 352 e 353.

In un’annata  eccezionale (1511-12) le navi portarono a Venezia 60.000 tonnellate di grano, sufficienti a nutrire almeno 300.000 persone, ossia più del doppi della popolazione della città. 

Mantenere la città ben fornita era compito di una Commissione speciale, che doveva riferire al Doge ogni mattina sulla consistenza delle scorte esistenti nei due grandi magazzini granari della città: uno a Rialto, l’altro presso San Marco, adiacente alla Zecca. 

il fontego del megio (miglio)

il fontego del megio (miglio)

Se i rifornimenti scarseggiavano, o erano in vista cattivi raccolti, la Camera “del Formenton” garantiva prezzi relativamente alti ai mercanti che si impegnavano a far affluire grano entro una certa data. Questi importatori non erano tenuti a vendere al governo: avevano licenza di vendere  a privati al mercato libero, dove il prezzo poteva fluttuare secondo l’offerta e la domanda, salvo che non era consentito aumentarlo più di tanto in un giorno solo. Quando il prezzo saliva oltre il tollerabile, i funzionari statali lo abbassavano vendendo il grano dei magazzini, anche se ciò comportava una perdita.

Tutto il grano che entrava in città era registrato, anche quello che i proprietari terrieri raccoglievano nelle loro tenute di terraferma, e portavano nei palazzi di Venezia per uso proprio. Nel 1595 questo grano ammontava a circa il 30 per cento del totale. 

Un altro 22 per cento delle importazioni era acquistato al mercato da capifamiglia che impastavano il pane per conto proprio e lo mandavano a cuocere dai fornai. Il resto del grano importato dai mercanti, quasi la metà del totale, andava ai panettieri, che impastavano e cucinavano (i pistori) . La Camera del Frumento li controllava attentamente, assegnando loro gli approvvigionamenti e fissando i prezzi e le dimensioni delle pagnotte. 

Il prezzo per pagnotta era mantenuto costante per lunghi periodi, ma dopo cattivi raccolti le pagnotte erano più piccole. 

UN IMPRENDITORE DEL NORD EST… ALL’OMBRA DELLA SERENISSIMA

ritratto dell'imprenditore

ritratto dell’imprenditore

Sono tempi ingrati, questi, anche per la memoria del debito di riconoscenza verso Venezia, che nel Settecento,  in pieno secolo di “decadenza” (così ci raccontano) non smise mai di stimolare l’economia premiando l’ingegno e la voglia di fare dei suoi fedeli sudditi. A tanti friulani d’oggi questo non sembra, imputano l’arretratezza relativa e la mancanza di sviluppo della loro Patria, non al sistema feudale che loro stessi avevano mantenuto in vita (e San Marco doveva rispettare, per via dei patti antichi) e della relativa povertà agricola del territorio, ma.. alla perfida oligarchia veneziana 🙂 .

Una smentita lampante è rappresentata dalla figura di Jacopo Lussinio. Nato poverissimo a Paluaro, in Carnia a fine Seicento, morì ricchissimo a Tolmezzo nel 1747. Nella sua vita aveva realizzato un passo alla volta, una manifattura tessile che darà lavoro a più di duemila persone con 1200 telai in opera. Il museo carnico, così lo descrive:

Dopo un periodo di apprendistato, decise di mettersi in proprio e nel 1717 creò un opificio a Moggio. Successivamente tra il 1738 e il 1741 aprì una fabbrica a Tolmezzo. Linussio, grazie alle sue doti, riuscì a legare la grande industria all’artigianato domestico, fino ad avere più di 1200telai sparsi nei vari centri abitativi della regione che lavoravano per lui. Egli ottenne dalla Repubblica di Venezia numerosi privilegi e le sue stoffe erano famose in tutta l’Europa, America e Asia. Dopo la sua morte la fabbrica conobbe alterne vicende, sino al fallimento nel 1815.

telaio

telaio

Esporterà i suoi prodotti (più di quarantamila pezze di teleria all’anno) persino in America e dimostrerà, come scriveva Alvise Zorzi, come a chi rimproverava a Venezia la stagnazione dello sviluppo del Friuli che le cause eran ben diverse.

IL PRIMO STATO CON UN ARCHIVIO

archiviove4La Serenissima fu il primo Stato che creò un Archivio dove conservare tutti gli Atti deliberati dal Maggior Consiglio….. Continua a leggere

UN FINE SETTIMANA IN VAL BELLUNA .. A CERCARE I ” TABIA’ ” :)

Tabià in una frazione di Forno Alto, come si presentava nel 1952. Abitazioni rustiche legate alle esigenze di economia agricolo domestica: allora si coltivavano (come anche oggi, in parte) un po’ di frumento, orzo, segale, fave, patate, direi immancabili.

WIN_20160521_17_33_48_ProNella foto vediamo le piante di fave messe a seccare in una rastrelliera, appoggiata al “tabià”. Spesso, per l’essiccazione delle fave si usavano impalcature apposite, dette faver (vedi a destra dietro le case). Nella parte alta del tabià, dal ballatoio (balanzìn) sporgono mazzi di orzo lasciati seccare all’aria e al sole.WIN_20160521_17_52_45_Pro

Sopra, esempio di rustico, stalla e fienile ben conservato a Iràl di Zoldo alto a quota 1200 mt.

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Vecchio mulino a Coi di Zoldo Alto, ora abitazione. L’acqua incanalata nel sitol veniva lasciata cadere a getto sulla ruota a pale, che a sua volta muoveva le macine all’interno.

da:I LAVORI DELLA MONTAGNA BELLUNESE di Ester Cason e Loredana Corrà.