LEGA DI CAMBRAI: IL DOMINIO VENETO SCOMPARE COME NEVE AL SOLE, MA…IL POPOLO FA LA PROCESSIONE COL LEONE.

Alvise Zorzi in poche frasi concise, descrive quanto successe all’arrivo degli imperiali e dei francesi nella Terraferma veneta: i “cittadini” (ovvero i nobili locali) sperano di riacquistare il potere antico, a scapito degli odiati veneziani, ma il popolo non è con loro e inneggia e si batte per San Marco.Leone_di_San_Marco_a_Verona

“A Bergamo, a Brescia, i legati imperiali erano stati accolti con calore dai nobili, ad eccezione di alcune casate, le nobiltà locali, abituate a spadroneggiare e a litigare fra di loro, mal sopportavano la legalità e l’ordine imposto da Venezia e malissimo la superiorità dell’aristocrazia veneziana.  Nutrivano, insomma, la nostalgia per l’autonomia municipale che sperava, chissà perché, di recuperare grazie al re di Francia.

Di Vicenza aveva preso possesso a nome dell’imperatore un avventuriero, nobile di gran casato e dalle abitudini stravaganti, di nome Trissino, accolto con entusiasmo dalla nobiltà. Anche a Padova era successo e lui si era insediato nel palazzo del Capitanio veneziano.

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Porta a Nuova a Verona, a sinistra furono fucilati gli eroi delle Pasque Veronesi

A Verona invece era stata Venezia stessa a consigliare ai maggiorenti la sottomissione per evitare spargimenti di sangue e un assedio. Gli imperiali erano arrivati ma il popolo aveva gridato “Viva San Marco !” in faccia ai nobili ‘marani’ (così erano chiamati) filo imperiali (e già l’appellativo la dice lunga su come la gente comune li vedesse NdR); i popolani di San Zeno avevano raccolto i pezzi di un leone alato e l’avevano portato in processione nel loro borgo dove l’avevano devotamente seppellito.

Anche a Vicenza i nobili che gridavano “Viva l’Impero! ” si erano scontrati violentemente con i popolani di Borgo San Pietro che gridavano “Viva San Marco !” 02_-_Il_Burchiello_-_Canaletto_-_Porta_Portello_Padova

A Padova i popolani di Santa Croce e quelli del Portello si erano opposti ai soldati di Massimiliano. A Treviso dove poi Trissino si preparava a un ingresso trionfale, una sommossa popolare aveva costretto i nobili che lo avevano invitato a nascondersi e la città era rimasta saldamente nelle mani di Venezia”.

Il popolo era dunque appassionatamente marchesco.

San Marco per sempre di Alvise Zorzi

Bergamo alta con la fontana Contarini

Pensate a cosa doveva essere avere l’acqua che zampillava in piazza, e gratis, grazie al buon governo di un Contarini, che a Bergamo aveva disposto in tal senso, sobbarcandosi pure le spese. Dove la trovate voi, oggi, gente così, che non vi deruba, ma vi regala persino opere pubbliche.427014_3409825695086_1214964874_n

La celebre fontana che fa bella mostra di se al centro di Piazza Vecchia in Bergamo alta, prende nome dal nobile veneziano Alvise Contarini. Per anni Podestà della città, il Contarini lasciando nel 1780 il suo incarico di Rettore per conto della Repubblica Serenissima, volle donare alla città una fontana, talmente bella perchè contribuisse veramente ad abbellire la città, prestigiosa decorazione ma allo stesso tempo funzionalmente capace di alleviare il dramma delle ricorrenti siccità.
La sfinge dalla quale esce un getto d’acqua che ricade nella conca non è originale: venne infatti sostituita nel secolo scorso per le pessime condizioni in cui era ridotta. Per realizzare la copia è stato utilizzato lo stesso tipo di marmo, sempre proveniente dalle cave della vicina Zandobbio.

LE INSORGENZE NON RIGUARDARONO SOLO VERONA

«Studi Storici» sulle insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica

 libertadi Oscar Sanguinetti

Il numero di aprile-giugno 1998 della rivista trimestrale Studi Storici, organo dell’Istituto Gramsci di Roma, è interamente dedicato a Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica

Lo studioso vicentino Paolo Preto – professore ordinario di Storia Moderna nell’università di Padova – ricostruisce in  Le valli bergamasche e bresciane fra democratizzazione e rivolta antigiacobina (pp. 349-366) gli avvenimenti del 1797 nelle province venete più occidentali, dalla dichiarazione di neutralità del governo veneziano e dalla sollevazione di nuclei giacobini prima a Bergamo e poi a Brescia – entrambe «democratizzate» con la forza -, all’invasione francese del territorio della Repubblica di Venezia, ai soprusi dell’occupazione e alla forzata inerzia delle truppe di San Marco, alla montante collera dei contadini, che esplode nel marzo Continua a leggere

1797. LE MUNICIPALITA’ A BERGAMO E BRESCIA. Lori in carossa, noalter a pé.

Di Mario Agnoli e Alvise Zorzi.

L'Albero della Libertà innalzato poco prima  a Bergamo.

L’Albero della Libertà innalzato poco prima a Bergamo.

Il popolo bresciano si sentì tradito. A lavorare per la democratizzazione erano appunto i sior , i discendenti delle grandi famiglie patrizie, che puntavano sulla rivoluzione per riconquistare l’antico potere e gli antichi privilegi.

Del resto questo appunto gli era stato fatto intravvedere dagli emissari del Bonaparte, che fin dal primo momento si era reso conto di non poter contare sul popolo, ma di avere potenziali alleati nella nobiltà della Terraferma. Continua a leggere

PEZZO DOPO PEZZO, SI RICOMPOSE “L’ANGOLO DEI VENETI”

DEDIZIONE DEI TERRITORI DELLO STATO VENETO, DATE
Motta di Livenza, nel 1289;
Treviso, nel 1339;
27935_10200261069520077_1480488037_nVicenza, il 28 aprile 1404;
Cologna Veneta, il 7 maggio 1404; Continua a leggere

BERGAMASCHI A LEPANTO, così ci si batteva per Venezia e il Leone.

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Alla rovina di Famagosta del 1° agosto 1571, che portò allo scempio di Marcantonio Bragadin e Venezia a dipingere di nero le sue gondole, seguì, la gloria di Lepanto (7 ottobre 1571). Inter nos possiamo però dire che quella nostra strepitosa vittoria non fu per i Turchi una disfatta perché, subito dopo, come avviene sovente nella storia d’Italia, ci fu un voltafaccia degli alleati e Venezia, rimasta sola nella lotta, dovette accettare una svantaggiosa pace, simile a una sconfitta. Il 7 marzo 1573 infatti essa dovette rinunciare a Cipro, a Dulcino, ad Antivari e pagare trecentomila ducati a titolo di indennità di guerra, conservando solo gli antichi privilegi nei porti ottomani.
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