PRIMA VENNERO… riscritta da Claudia Bortot

monselicePRIMA DI TUTTO VENNERO A TOGLIERCI LA NOSTRA STORIA,LA NOSTRA CULTURA E LE NOSTRE TRADIZIONI,
E RIMANEMMO ZITTI,PENSANDO DI RIUSCIRE A FARE ANCHE SENZA,

POI VENNERO A DIRCI DI LAVORARE TRANQUILLI,CHE LA POLITICA ERA AL NOSTRO SERVIZIO ,
E NE FUMMO SOLLEVATI,UN COSA IN MENO A CUI PENSARE,coldiretti-VDO-contadini

POI VENNERO A LODARCI PER LA NOSTRA OPEROSITA’ ,
E NE FUMMO CONTENTI,

POI VENNERO A DIRCI CHE VISTA LA NOSTRA BRAVURA DOVEVAMO CONTRIBUIRE AL BENESSERE ALTRUI,
E NE FUMMO ORGOGLIOSI,mezzadria_12

POI VENNERO A DIRCI CHE NON POTEVANO AIUTARCI PER LE CATASTROFI,I SUICIDI,E LA MANCANZA DI LAVORO,
E NON CI PREOCCUPAMMO PERCHE’ ERAVAMO ABITUATI A RIMBOCCARCI LE MANICHE

E POI VENNERO A TOGLIERCI I RISPARMI ,LE CASE,LE AZIENDE…..
E CI ACCORGEMMO DI NON AVERE PIU’ NEANCHE LA DIGNITA’ ED IL CORAGGIO DI SCENDERE IN STRADA E RIBELLARCI..!!P053

una mia libera interpretazione, alla veneta, della poesia: Prima vennero….

Mora mora viniciani; mora sti arabiati cani. Lo spirito antiveneto di allora e di oggi.

Lorenzo Fogliata – 20/09/2010

Marignano

Marignano

“Mora mora viniciani; mora sti arabiati cani”. Questo era il motto antiveneto dei coalizzati di Cambrai (per gli analfabeti ai quali mi rivolgo, anno 1509). Altri alimentavano la fola che Dante, nel corso di una legazione, non sarebbe riuscito a parlare latino con i senatori veneti perché troppo ignoranti. Nel frattempo, Andrea Dandolo era il miglior amico del Petrarca, poco dopo Ermolao Barbaro fu uno dei più colti umanisti e, ancora dopo, Pietro Bembo optò scelleratamente per il toscano quale lingua ufficiale. download

La morale è che la mamma dei cretini è costantemente incinta ed ha una vita plurisecolare. Figuriamoci ora se tra gli italiani, terreno fertile in materia, questa mamma non fa furori ! Ricordiamo a questi poveri imbecilli che i veneti immigrarono perché caddero sotto il peggior governo, quello italiano, che si possa immaginare, sfruttatore, colonialista, guerrafondaio, bruciapile, grassatore della povera gente (tassa sul macinato e coscrizione obbligatoria i suoi fondamenti).

Chissà se questi infelici mentali hanno mai fatto un viaggio in Dalmazia, in Grecia. Luoghi che i veneti hanno tracciato per sempre con una civiltà luminosa di mille anni e gli italiani hanno solo aggredito con la biennale guerretta fascista. “Spezzeremo le reni alla Grecia” disse il deficiente: ed il glorioso regio esercito si ritrovò inseguito dai greci fin dentro le gole dell’Albania.

Non so se sia facebook o cos’altro: dite loro che la smettano di romperci la devozione, che ne abbiamo le tasche piene, che nessuno ha chiesto loro di “liberarci” dall’Austria, che le loro guerre di “liberazione” sono state combattute sul nostro territorio che hanno devastato e che i nostri contadini sono morti più numerosi di tutti, per sovrani che non erano i loro e cause che non li riguardavano.

Che questa gloriosa Italia ha fatto pagare ai veneti tutto il costo anche del’ultima guerra, vendendo l’Istria e la Dalmazia; che il loro nazionalismo è cosa da trogloditi, che i follemente insipienti sono loro, che quando parlano di storia veneta fanno risuonare il vuoto pneumatico della loro infinita ignoranza e, infine, che si facciano i cazzi loro. Cari amici diffondete questa mia agli imbecilli. Mi farete un onore.Viva San Marco.

“IL MALE DELL’ITALIA VIENE DAL CENTRO” IL CLN VENETO, OSSIA IL PARTIGIANO VOLEVA FEDERALISMO

04E’ perlomeno buffo scoprire che fino al dopoguerra, le forze autonomiste (a volte anche apertamente secessioniste) si trovassero alla sinistra del schieramento politico veneto. Oggi sappiamo delle posizioni della sinistra, anche nel Veneto, in quel campo nessuna istanza che voglia dare nelle mani del Presidente della Regione qualche potere amministrativo oggi saldamente nelle mani di Roma. Quindi giova utile, a noi e ai compagni “radical chic” una ripassata di storia.  Le fonti sono i giornali dell’epoca. download

La virulenta polemica anticentralista nel CLN del Veneto, nel 1945,  si innescava direttamente sulle macerie dell’esperienza politica fascista che del centralismo aveva esasperato ogni forma e contenuto. Eliminazione degli organi elettivi comunali spstituiti con podestà di nomina centrale, soppressione di piccole municipalità, drastica riduzione dell’autonomia finanziaria, esaltazione del ruolo del Prefetto, centralizzazione dell’economia, dilatazione degli enti statali e parastatali, sono alcuni dei momenti dell’azione accentratrice del regime.

Omaggio ai partigiani ''questi umili grandi eroi" - comune di Treviso, 29 aprile 1945

Omaggio ai partigiani ”questi umili grandi eroi” – comune di Treviso, 29 aprile 1945

Il fascismo sperò non era l’unico ‘colpevole’ , le radici del fenomeno affondavano in tempi più remoti: “Se noi facciamo una colpa al fascismo di averci tolto tutte le libertà – si leggeva nel volantino del Partito d’azione ai Veneti , affermiamo però insieme che non era vera libertà quella che anche prima livellava la vita pubblica Italiana (maiuscolo) secondo le direttive di uno stato accentratore, che non riconosceva le nostre Regioni, che concedeva solo una apprena di autonomia alle provincie e ai comuni .02

E’ dunque lo stato centrale – e il suo dominio burocratico-politico “che significa arbitrio, corruzione, intrico” ad essere il vero bersaglio delle critiche dei vari CLN veneti. E’ una denuncia dai toni forti, a volte anche aggressivi, che diventerà sempre più intensa, man mano che la “riunificazione” del territorio nazionale procederà inesorabilmente verso la saldatura soffocante col governo di Roma.

E’ un piccolo estratto dal libro “Venetismi” di Mario Borghi (Autonomia , regionalismo, localismi: un percorso nel veneto nel secondo dopoguerra) .

 

 

I MILLE ANNI DEGLI ANTICHI VENETI

Università degli Studi di Padova

cavallookVenetkens: così, quattro secoli prima di Cristo, scrivevano il proprio nome i popoli che vivevano nelle terre racchiuse fra Po, Mincio, Garda, Adige e Alpi. Usavano una scrittura spigolosa, derivata dai simboli etruschi e adattata alla loro lingua; quelle lettere ricoprono lastre e cippi in pietra, foglie di metallo, ossa, vasi. Ritornano incise sugli aklon, grossi ciottoli fluviali di porfido, enigmatici testimoni di un popolo che abitava un territorio vasto ed eterogeneo, ma unito da una matrice culturale comune, declinata secondo moduli diversi nella piana centrale, nelle valli del Delta, nei boschi del Cadore. Un popolo, quello dei Veneti antichi, che abitava queste terre già un millennio prima di Cristo, e al quale la mitologia classica attribuiva un’origine eroica, legata all’eredità dei guerrieri approdati qui dopo la caduta di Troia.

Staccandosi dal mito e basandosi su evidenze archeologiche consolidate, la mostra Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi sottolinea anche il contributo degli apporti culturali esterni  nella definizione delle radici più remote della civiltà veneta. Ispirazione greca, apporto etrusco, influssi egizi e affinità col mondo celtico si sovrappongono a un distintivo processo di formazione locale della civiltà paleoveneta, nucleo centrale della mostra di Padova. L’obiettivo è quello di presentare un quadro completo e aggiornato attraverso un viaggio cronogeografico per oggetti, un percorso dagli albori della civiltà all’arrivo dei Romani, dal Po alle Alpi, narrato attraverso la testimonianza di quasi duemila manufatti provenienti da oltre cinquanta musei prestatori.urna_bambina

Collane d’ambra, monili; un uomo e una donna abbracciati a formare un pendaglio. E poi scodelle, boccali, olle, bicchieri, coppe e un vaso dall’imprevista linea a stivale. Armi e strumenti di lavoro emersi dalle acque del Piave e del Sile, che hanno restituito oggi doni rituali di tremila anni fa. Luoghi sacri, i fiumi erano anche elementi di confine e di collegamento, acque solcate dalle imbarcazioni, convogliate, sfruttate, temute, dalle quali dipendeva la vita dei campi e del bestiame, il lavoro nelle fornaci. Lungo le loro rive si svolgevano i riti di morte, simboleggiati dall’urna di bambina contenuta nella situla Benvenuti. Un grande vaso coperto, capolavoro di artigiani poeti che sulla lamina di bronzo cantano gli uomini e la loro vita: prigionieri, atleti, un uomo col cane al guinzaglio, libagioni, il principe sul trono, il cavallo sacrificato. Accanto, altre situle raccontano storie diverse, diventando testi su cui leggere un mondo lontano e assieme quotidiano, fatto di cortei, banchetti, battaglie, amplessi nuziali, agoni sportivi, cerimonie sacre.

tomba_cavalloQuella descritta dall’iconografia veneta è una realtà indissolubilmente legata al sacro, nel quale il santuario è tutt’uno con la natura; luogo di preghiera, d’invocazione di un pantheon di  divinità, ma anche luogo di commercio e scambio, sede delle scuole di scrittura frequentate da donne e uomini. In questo spazio, gli uomini donavano se stessi, o i loro simulacri: bronzetti raffiguranti donne, bambini, guerrieri, artigiani, ma anche cavalli, dotati di un ruolo di primo piano nella cultura paleoveneta. Famosi per l’abilità nella corsa, a essi venivano riservati spazi di sepoltura privilegiati, talora affiancati a quelli delle famiglie più importanti. Così accade nel grande tumulo funerario padovano del VI secolo a.C: in una tomba, un cavallo coricato sul fianco accoglie nel proprio ventre lo scheletro di un giovane uomo rannicchiato, forse vittima di un sacrificio rituale. Uomo e cavallo, accomunati e resi pari, abitano una città dei morti che, illuminata dalle pire funebri, si stacca dalla città: poderosi cippi lapidei indicano il confine fra necropoli e centro abitato. Spazi diversi e non invertibili sono assegnati alle case di terra e pietra, ai laboratori e ai campi, rispetto alle zone in cui raggruppamenti di tombe formano tumuli recintati. In essi sono deposti fratelli e sorelle, coppie, genitori e figli, assieme ai propri ornamenti, insegne di rango che descrivevano la loro vita passata e insieme raccontavano il mondo che li circondava.

Chiara Mezzalira