I VENETI DEGLI ANNI ’20, DIMENTICATI TRA LA MACERIE DI UNA GUERRA, l’unità appare un nonsenso.

belgian-refugees-in-antwerp-1914Siamo all’epoca della presa del campanile, l’intelighenzia sinistrorsa veneta indice addirittura un convegno ove si tende a dimostrare la sprovvedutezza dei “Serenissimi”, nati in una terra, la bassa padana, incline alla rivolta fine sè stessa, e l’inadeguatezza culturale di chi vorrebbe appellarsi a una repubblica di Venezia oligarchica e distante dal popolo (il solito cliché di chi conosce la storia di Venezia attraverso la presentazione di personaggi come il Daru o i risorgimentalisti) .  Guerra

Io invece, proprio da questo libro, trovo sempre perle meravigliose come  l’atteggiamento dei repubblicani veneti verso l’autonomia regionale. Gente tosta di sinistra, eh… come i fratelli Bergamo, onorevoli di Treviso; ecco cosa scriveva la Riscossa a proposito della Ricostruzione della nostra terra martoriata: gruppoemigranti

Già dal titolo si intuisce il resto che segue . “L’unità d’Italia è un non senso” 15 maggio 1920.  Vi potrà essere chi teme per l’unità d’Italia? Crediamo di no. Altra cosa è l’unità morale, il concetto nazionale, altra è l’unità amministrativa. Quella è un principio immortale, questa un non senso”. ww1-3

Nel frattempo c’era chi ci trattava da insopportabili scocciatori, con le nostre richieste, come il grande giornalista Luigi Albertini, espressione dell’estabishment il quale sosteneva dal Corriere della Sera che il Veneto aveva avuto anche troppo come rimpborsi per i danni di guerra. “Veneti, il governo ride delle vostre sventure” rispondeva “la Riscossa” e anche nel ’22 in un articolo, titolato “Un’offesa immeritata ai veneti danneggiati” si puntava l’indice sul parassitismo ” Se si deve dire la verità tutta intera e senza peli sulla lingua, turbe di avvoltoi sono qui calate da ogni parte d’Italia a derubare il governo e anche i veneti sempre ingenui e remissivi”.

E ancora, ne “il compito dei veneti”, La Riscossa, 20 settembre 1922: Veneti ! L’ala di San Marco vigila ancora sui vostri destini ! Le vostre piaghe non saranno sanate  che svincolandovi dal nefasto centralismo romano ! ”

Parole più che mai attuali.  Il problema veneto, lungi dall’essere risolto, cresce sempre più.

“IL MALE DELL’ITALIA VIENE DAL CENTRO” IL CLN VENETO, OSSIA IL PARTIGIANO VOLEVA FEDERALISMO

04E’ perlomeno buffo scoprire che fino al dopoguerra, le forze autonomiste (a volte anche apertamente secessioniste) si trovassero alla sinistra del schieramento politico veneto. Oggi sappiamo delle posizioni della sinistra, anche nel Veneto, in quel campo nessuna istanza che voglia dare nelle mani del Presidente della Regione qualche potere amministrativo oggi saldamente nelle mani di Roma. Quindi giova utile, a noi e ai compagni “radical chic” una ripassata di storia.  Le fonti sono i giornali dell’epoca. download

La virulenta polemica anticentralista nel CLN del Veneto, nel 1945,  si innescava direttamente sulle macerie dell’esperienza politica fascista che del centralismo aveva esasperato ogni forma e contenuto. Eliminazione degli organi elettivi comunali spstituiti con podestà di nomina centrale, soppressione di piccole municipalità, drastica riduzione dell’autonomia finanziaria, esaltazione del ruolo del Prefetto, centralizzazione dell’economia, dilatazione degli enti statali e parastatali, sono alcuni dei momenti dell’azione accentratrice del regime.

Omaggio ai partigiani ''questi umili grandi eroi" - comune di Treviso, 29 aprile 1945

Omaggio ai partigiani ”questi umili grandi eroi” – comune di Treviso, 29 aprile 1945

Il fascismo sperò non era l’unico ‘colpevole’ , le radici del fenomeno affondavano in tempi più remoti: “Se noi facciamo una colpa al fascismo di averci tolto tutte le libertà – si leggeva nel volantino del Partito d’azione ai Veneti , affermiamo però insieme che non era vera libertà quella che anche prima livellava la vita pubblica Italiana (maiuscolo) secondo le direttive di uno stato accentratore, che non riconosceva le nostre Regioni, che concedeva solo una apprena di autonomia alle provincie e ai comuni .02

E’ dunque lo stato centrale – e il suo dominio burocratico-politico “che significa arbitrio, corruzione, intrico” ad essere il vero bersaglio delle critiche dei vari CLN veneti. E’ una denuncia dai toni forti, a volte anche aggressivi, che diventerà sempre più intensa, man mano che la “riunificazione” del territorio nazionale procederà inesorabilmente verso la saldatura soffocante col governo di Roma.

E’ un piccolo estratto dal libro “Venetismi” di Mario Borghi (Autonomia , regionalismo, localismi: un percorso nel veneto nel secondo dopoguerra) .

 

 

I LEONI DE CURZOLA (Korcula) VENEZIANA. L’ULTIMO E’ TERRIBILE TESTIMONIANZA.

La mia amica di origine mista, ligure croata,  marciana nel cuore,13262359_1135674736499220_1742955295_o mi manda queste belle foto di Curzola veneta. Malgrado tutto, malgrado i contrapposti nazionalismi che stritolarono 13275837_1135674619832565_553594214_nla gente di cultura veneto italiana e anche i veneto slavi, mettendoli dopo secoli di amorevole convivenza,13235766_1135674733165887_1205687511_n gli uni contrapposti agli altri, loro si sono salvati. E questo mi fa sperare nel futuro: 13231265_1135674653165895_386686774_nmolti sono ormai gli slavi della Dalmazia e dell’Istria che amano il “Lion” e sanno vedervi un simbolo universale di Pace, libertà e fratellanza vera.

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Ecco la terribile testimonianza di odi contrapposti, a fascismo sconfitto, il Leone simbolo di pace, usato dal nazionalismo italiano per l’italianizzazione forzata e per giustificare l’invasione militare, diventa sua volta vittima di colpe non sue.

 

IL VENETO OGGI, COME ALLORA? NEL RISVOLTO DI COPERTINA DI UN LIBRO, UNA AMARA VERITA’

Il falso mito della Grande Guerra – Il Veneto in mano a corrotti ed incapaci, per di più “foresti” – la fucine di nuove idee federaliste che viene soffocata – il Fascismo, la pietra tombale del cambiamento, che forse avrebbe rivoluzionato l’Italia-12767211_1054629437891060_151129538_n

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la Prima guerra mondiale – Lo Stato (laicismo) si oppone alla Religione, nascono i Nazionalismi.

Di Massimo Introvigne.downloadPer Benedetto XVI la Prima guerra mondiale non solo è molto più importante della Seconda per capire le radici della crisi dell’Europa ma è anche alle origini della Seconda e delle altre guerre mondiali, che derivano tutte da cambiali non pagate della Grande Guerra. Il risentimento delle popolazioni di lingua tedesca dopo la Prima guerra mondiale porta al potere Adolf Hitler (1889-1945) e genera la Seconda guerra mondiale. Le vicende della Prima guerra mondiale consentono ai comunisti di prendere il potere in Russia e di scatenare, dopo la Seconda, la Terza guerra mondiale, la cosiddetta Guerra fredda. Né ha torto chi sostiene che l’abolizione del califfato da parte di Kemal Atatürk (1881-1938) nel 1924 dopo il crollo dell’Impero Ottomano – un altro “prodotto” della Prima guerra mondiale – ha un ruolo decisivo nella nascita del moderno fondamentalismo islamico e quindi nelle cause remote della Quarta guerra mondiale, quella scatenata dall’ultra-fondamentalismo islamico contro l’Occidente…

nazionalismo-600x350…. Nel suo Il cubo e la cattedrale, il teologo cattolico americano – amico di Benedetto XVI come lo fu di Giovanni Paolo II – George Weigel ricorda le parole, pronunciate all’inizio della Prima guerra mondiale, dal ministro degli Esteri britannico sir Edward Grey (1862-1933): “Le lampade si stanno spegnendo in tutta Europa, e nella nostra vita non le vedremo mai più accese”. E quelle di Winston Churchill (1874-1965) in una lettera alla moglie: “Un’ondata di follia ha sconvolto la mente della Cristianità”. Per Weigel, come per Benedetto XVI, la domanda cruciale non è solo “Perché la guerra comincia?” ma “Perché nessuno la ferma? Perché non c’è nessuno con la volontà, l’autorità, o l’immaginazione morale e il coraggio necessari per tirare il freno d’emergenza quando è chiaro che il treno della civiltà europea sta marciando verso uno scontro di dimensioni catastrofiche?”. Eppure, come argomentavano Benedetto XV e il beato Carlo d’Asburgo, qualunque scopo ragionevole invocato dalle nazioni per continuare il conflitto avrebbe potuto essere raggiunto per altra via, evitando milioni di morti.

images….. La risposta deve andare indietro nel tempo, e risalire alla nascita dei nazionalismi europei come apologie della nazione che si costruiscono separandola dalla religione (considerata pericoloso fermento di sentimenti di appartenenza a comunità più ampie di quelle nazionali, in specie la Cristianità), anzi combattendo la religione. Nazionalismo e laicismo in Europa sono indissolubilmente legati, fin dalla Rivoluzione francese, nonostante l’esistenza di pensatori – minoritari – che cercano di fondare nazionalismi su base religiose. Il nazionalismo francese e tedesco che è alla base della Prima guerra mondiale (e la sua versione un po’ parodistica dell’Italia nazional-massonica di Francesco Crispi, 1819-1901) avanza strettamente legato alla laïcité e al Kulturkampf, tentativi di espellere la religione dall’agone pubblico, in teoria confinandola alla sfera privata ma in pratica inseguendola e combattendola tramite l’educazione e la scuola laicista anche in quella sfera. Con la Prima guerra mondiale maturano le conseguenze inevitabili del laicismo. Aveva ragione Benedetto XV: un’Europa senza Cristo non è in grado di fermare la guerra, per ragioni anche politiche ma anzitutto morali. Il nazionalismo, continuando a procedere abbracciato al laicismo come fanno due storpi che cercano di sostenersi a vicenda, è diventato nazionalismo senza nazione, dunque – nei termini di Benedetto XVI – nichilismo.

UN BELLISSIMO ARTICOLO. i  paragrafi riportati sono il mio invito a leggerlo tutto a : http://www.cesnur.org/2006/mi_12_02.htm

I PRIGIONIERI AUSTROUNGARICI IN ITALIA, FURONO PIU’ FORTUNATI DEGLI ITALIANI, PERCHE’…

Luca Valente, storico e giornalista

Tortato…Furono comunque 30-40 mila i prigioneri deceduti nei campi italiani, a cui si potrebbero aggiungere i 100 mila prigionieri italiani morti in Austria anche perché le autorità italiane si rifiutarono di far pervenire loro generi di sussistenza attraverso la Croce Rossa: una vita troppo “comoda” in prigionia, infatti, avrebbe potuto indurre i soldati al fronte alla diserzione.

«A tutti i prigionieri della Grande Guerra». Una dedica universale che Alessandro Tortato ha posto in apertura del suo ultimo libro, intitolato appunto “La prigionia di guerra in Italia. 1915-1919” (Mursia, pag. 288, 16 euro), recentemente presentato alla libreria Rizzoli di Schio dallo storico e scrittore valdagnese Alessandro Massignani e dallo stesso autore. Tortato, nato a Venezia nel 1969, laureato in storia militare e contemporanea, divide i suoi interessi tra attività di ricerca e impegni concertistici: è infatti diplomato pianista, compositore e direttore d’orchestra a Venezia e a Vienna.
Per il suo ultimo lavoro, definito “pionieristico” dallo storico della 1ª Guerra mondiale Mario Isnenghi, si è avvalso di un’ampia documentazione rinvenuta all’Archivio centrale di Stato e all’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, nonché della rarissima memorialistica pubblicata nei paesi un tempo appartenuti all’Austria-Ungheria. Decine di migliaia di soldati e ufficiali austriaci, infatti, furono internati in Italia durante il Primo conflitto mondiale. Massignani ha sottolineato la poca fortuna che hanno avuto in genere le memorie della prigionia, naturalmente tristi e dolorose.
L’interesse di Tortato si è dunque rivolto maggiormente verso gli aspetti giuridico-storici della prigionia, una condizione non così “ovvia” come si ritiene: il rispetto del nemico che si arrendeva, ma che pochi istanti prima aveva ucciso un compagno, non era così scontato. Talvolta gli stessi superiori ordinavano di non fare prigionieri: Cadorna diede ad esempio disposizioni affinché fossero fucilati gli austriaci colti con vestiario italiano. Furono comunque 30-40 mila i prigioneri deceduti nei campi italiani, a cui si potrebbero aggiungere i 100 mila prigionieri italiani morti in Austria anche perché le autorità italiane si rifiutarono di far pervenire loro generi di sussistenza attraverso la Croce Rossa: una vita troppo “comoda” in prigionia, infatti, avrebbe potuto indurre i soldati al fronte alla diserzione.
Il governo italiano fece del suo meglio per ottemperare agli accordi derivanti dalla Convenzione dell’Aia del 1907: furono le intendenze d’armata ad organizzare le prima accoglienze in fortezze, scuole, certose. Poi si cominciò ad allestire veri e propri campi: Avezzano, Sulmona, Padula. Con la questione della determinazione dei popoli, l’Italia cercò anche di separare le varie etnie di quel mosaico di popoli che era l’Austria-Ungheria e fece opera di propaganda: difatti cecoslovacchi e rumeni passarono a combattere con l’Intesa sul Piave. Non gli jugoslavi e soprattutto i croati, coi quali già si profilavano problemi di confini e che, non a caso, sarebbero stati gli ultimi ad essere liberati al termine delle ostilità.
Tortato, in uno studio ricco di prospettive inedite, ha preso in esame vari aspetti della detenzione, a partire dal trattamento riservato ai prigionieri: da un’iniziale indulgenza, che suscitò anche polemiche (famoso l’episodio del Forte Col di Tenda dove si permise di festeggiare il genetliaco dell’ imperatore e il tenente di vascello Woschech riuscì anche a fuggire) ad una successiva severità che mai si discostò, ad ogni modo, da due principi: il rispetto dei credi religiosi e l’intrattenimento attraverso biblioteche e attività ricreative.
In alternativa c’era il lavoro: 85 mila prigionieri vi erano adibiti nel ’16, 130 mila nel ’18, sempre comunque con una certa attenzione a non sottrarre opportunità alla manodopera italiana. Chi lavorava, oltretutto, veniva anche ben nutrito. Non tutti però apprezzavano la cucina italiana: curioso il caso di un trentino, Luigi Daldosso, nel quale l’odio per tutto ciò che era italiano arrivò al parossismo nel suo rifiuto totale per i maccheroni, ragion per la quale istituì anche uno sciopero della fame. Segno forse che di vera fame non si soffriva.
Riconoscenti per il trattamento ricevuto furono anche i prigionieri austriaci, già detenuti dai ben più rudi serbi, che furono portati all’Asinara: e questo nonostante la tragedia del colera che fece settemila vittime fra di loro.
 Pubblicato sul Giornale di Vicenza del 2 aprile 2005
 Luca Valente

L’ITALIA NON ESISTE. NE PRENDE ATTO ANCHE “LIMES” IN UN CLAMOROSO ARTICOLO

slide_2La nazione, concetto storico-culturale, è infatti un noi più grande in cui un determinato gruppo di individui si riconosce perché condivide lingua, cultura ed etnia. Ora, dire che l’Italia sia una nazione, vorrebbe dire ignorare che i cosiddetti Italiani non solo non condividono la cultura, ma non condividono nemmeno la lingua (l’Italiano è infatti una lingua artificiale che è stata imposta dall’Unità d’Italia e che non appartiene storicamente a nessun ceppo etnico italiano) e neanche l’etnia, dato che non si può proprio antropologicamente parlando, sostenere che un sardo e un friulano appartengano alla stessa etnia. L’Italia quindi, non è una nazione. Sul fatto che potrà esserlo, ho qualche dubbio. Ad attuare politiche di nation-building ci provò la classe dirigente post-unitaria e poi il fascismo, ma entrambi fallirono miseramente. Dubito quindi che l’Italia possa essere una nazione in futuro perché dovrebbe accadere l’impossibile, ossia che i popoli italiani si stacchino completamente dalle proprie radici localistiche e campanilistiche, che abbandonino le loro lingue locali, i propri usi e costumi e le proprie mentalità. Insomma, per farla breve, l’Italia è in Europa l’ultimo stato plurinazionale rimasto. Belgio e Spagna infatti non sono così eterogenei come l’Italia. Continua a leggere