L’ABC DELL’ESERCITO VENETO, la gerarchia, l’organigramma.

59777_1582285807731_6033312_nLa pianta organica di un reggimento veneziano nel secondo Settecento comprendeva 515 unità suddivise secondo il seguente ordine gerarchico:colonnello, tenente colonnello, sergente maggiore, aiutante, sei cadetti,  cappellano, chirurgo, ragioniere, armaiolo, esperto di fucili, artigiano, tamburo maggiore, sei capitani e altrettanti tenenti, tre capitani tenenti, nove alfieri e altrettanti sergenti, diciotto caporali, sei pifferi, nove tamburi – posti riservati ai figli di sottufficiali e soldati in servizio permanente – quarantotto granatieri e 384 fucilieri in rango e fila. La prima compagnia era denominata colonnella, la seconda tenente colonnella, la terza sergente maggiore, mentre le rimanenti sei erano indicate coi nomi dei rispettivi capitani.

Effettivi dell’esercito nel 1793:

Terra Ferma 3.379 unità

Lido             3.674

Dalmazia     6.668

Levante          582         per un totale di 14.303 unità (dai pièdilista conservati all’archivio di stato di Venezia.

Brano tratto da “La difesa militare della terraferma veneta nel settecento”, di Sergio Perini. Libreria editrice.

A questo numero si debbono aggiungere 2000 cavalieri. Le cernide non sono conteggiate.

LA CATTURA DEL “LIBERATEUR D’ITALIE”, 20 APRILE 1797

Nella primavera del 1797 Venezia era insidiata da vicino, per terra e per mare. Tutti i Dominii dello Stado da Tera erano stati invasi dalle truppe francesi, lanciati all’inseguimento dei reggimenti austriaci in rotta. Il generale Bonaparte, approfittando della neutralità dichiarata dalla Serenissima, si era impadronito di tutte le sue più grandi Città e fortezze. I sudditi di San Marco erano drammaticamente esposti a ogni tipo di violenza, taglieggiati e derubati con arbitrarie confische.

uniforme ultima da ufficiale veneziano di marina

uniforme ultima da ufficiale veneziano di marina

Frequenti le sommosse popolari che si scatenarono contro l’occupante d’Oltralpe e contro i giacobini locali che facevano comunella con tutti coloro che volevano trar vantaggio dalla rovina della Repubblica. Si ebbero eccidi nelle vallate besciane, come pure in varie località venete. Anche Verona osò resistere a questo fiume in piena che dilagava spargendo ovunque i dettami della Rivoluzione del 1789. Solo pochi giorni prima della vicenda qui narrata, si combatté in quella città una battaglia poi passata alla storia con il nome di “Pasque Veronesi”. Bonaparte, in realtà, aveva fatto di tutto per cagionare l’incidente internazionale: egli cercava un qualsiasi contrasto violento che gli consentisse di dichiarare guerra alla pacifica Repubblica Veneta (con cui la Francia aveva buoni rapporti diplomatici).

Infatti, una volta invasi i territori veneti senza dichiarazione di guerra, non avrebbe potuto impadronirsene se non avesse neppure simulato lo stato di belligeranza. Così cominciò a proferire minacce e a dettare condizioni al Senato Veneto, agli Inquisitori di Stato e al Maggior Consiglio , dichiarando agli ambasciatori della Serenissima che “sarebbe stato per Venezia un nuovo Attila”.

galeone veneziano

galeone veneziano

Nell’Adriatico, allora comunemente chiamato “Golfo di Venezia”, i Francesi si facevano vedere da qualche tempo, dando la caccia a bastimenti austriaci ed inglesi, ma soprattutto recando continue molestie al naviglio veneto con fermi arbitrari, o interferendo nel pattugliamento operato dai vascelli da guerra, o contrastando la navigazione della flotta commerciale. Il Senato, perciò, provvide a richiamare in vigore l’antico Decreto della Repubblica, che disponeva il divieto assoluto d’ingresso nel porto ad ogni naviglio armato straniero. Allo stesso tempo raccomandava al “Provveditore alle lagune e ai Lidi” d’usare la massima vigilanza, visto l’aggirarsi di legni armati francesi nelle vicinanze della Città, autorizzando altresì l’uso della forza qualora un qualsiasi bastimento armato di qualunque nazione, volesse forzare l’ingresso del porto.

L’atto fu notificato in primis al ministro di Francia, Jean-Baptiste Lallement. Per tutta risposta Bonaparte dispose dal suo quartier generale che il cittadino Jean Baptiste Laugier, comandante del naviglio francese Liberateur d’Italie, si recasse nel golfo di Venezia al fine di “dar la caccia al naviglio austriaco ed inglese, e di far correre i suoi corsari contro le bandiere veneziane” . In ottemperanza all’ordine impartitogli, il comandante francese Laugier, comandante del naviglio francese Liberateur d’Italie, si recasse nel golfo di Venezia al fine di “dar la caccia al naviglio austriaco ed inglese, e di far correre i suoi corsari contro le bandiere veneziane” . In ottemperanza all’ordine impartitogli, il comandante francese Laugier, bloccò in mare aperto all’altezza di Caorle , una barca di pescatori chioggiotti.

Costrinse con la forza a salire a bordo un certo Menego Lombardo, vecchio di anni settanta, obbligandolo a fare da guida alla loro imbarcazione verso il porto di Venezia, poiché gli invasori non potevano conoscere i fondali e i canali. Gli promisero una grossa rimunerazione se avesse collaborato e lo minacciarono di morte qualora avesse rifiutato. Ecco che al tramonto del 20 Aprile, alla Bocca di Porto del Lido, si presentano davanti al Castello di Sant’ Andrea, tre bastimenti a vele gonfie. A questa vista il giovane “Deputato al Castello di Sant’Andrea, Lido porto e canali adiacenti” , N.H. Domenico Pizzamano ordina alla guarnigione di stare all’erta. Il Castello è ben fornito di artiglierie e munizioni, al suo interno vi sono 121 fanti della Milizia Veneta, 115 Oltremarini distribuiti nel Castello del Lido e nel “Seragio” , mentre tra l’isola della Certosa e Sant’Erasmo ve ne erano altri 739.

Davanti all’intimazione del Comandante Pizzamano di allontanarsi, due bastimenti del convoglio invertono la rotta. Il Liberateur d’Italie, invece, giunto a tiro dei cannoni del forte, spara sette–otto colpi a polvere . Subito due lance, per ordine del Sopracomito Bragadin, gli si parano di fianco per intimargli di retrocedere. Ricevono quindi un’arrogante risposta dal Laugier, comandante francese di questo tartanone , che è armato di 8 cannoni e porta a bordo 38 soldati, 4 passeggeri ed il pescatore chioggioto.13000213_569223159905508_7279804615674185329_n

Il N.H. Pizzamano ordina di far fora tenda (alle armi), come previsto dal provvedimento del Senato (detto in veneziano Da mo’ ) datato 17 Aprile, che vietava l’ingresso in porto di legni esteri armati. Solo quando furono fatti due tiri di volata , il capitano francese decise di voltare bordo, ma oramai era troppo tardi. Forse per la mala manovra, o per la corrente dell’acqua che lo trascina, viene a contatto con le galeotte venete dei Capitani Alvise Viscovich e Malovich, che comandano la guardia dei Bocchesi, che tra l’altro vantava il titolo di Gonfalonieri .

Partono le prime cannonate e le scariche dei moschetti. Succede il finimondo, arrivano fucilate da tutte le parti, dal Lido, dai Castelli e perfino dalla Certosa. Il Laugier prende la tromba marina e comincia a gridare – sommessione, sommessione! – (mi arrendo) mentre l’equipaggio del Liberateur d’Italie, abbandona le manovre e si rifugia sotto coperta. Il tartanone senza più comando, va a seconda finendo prima sotto la batteria del Lido dove gli piovono addosso cannonate, colpi di moschetto e perfino palle di cannone lanciate a mano, poi a fianco alla galeotta del Viscovich.

Gli Oltremarini furibondi per le angherie e i maltrattamenti di recente subiti a Palmanova dall’invasore francese, abbordano il tartanone, palossi alla mano. Nella mischia furibonda che ne segue i Bocchesi passano a fil di spada quanti trovano sul ponte della nave, compreso il pescatore chioggiotto che urlava con quanto fiato avesse in gola d’esser Suddito Veneto. Accorse il Pizzamano e vedendo che i nemici stavano soccombendo all’assalto della galeotta, evitò una più grave carneficina ordinando al Viscovich di richiamare i suoi uomini; con non poca difficoltà si riesce a ristabilire l’ordine.

Il combattimento era durato circa 20-30 minuti. Con l’equipaggio francese prigioniero sotto coperta, il Liberateur viene preso in consegna dall’Alfiere Belglava e da 6 Bochesi della galeotta “Bella Chiaretta” del Capitano Viscovich. Bilancio: dei francesi cinque risultano morti (tra cui l’avventato capitano Laugier, colpito da una palla di moschetto) e otto i feriti. Il vecchio pescatore Menego Lombardo, morirà, successivamente al Hospitale de San Xani Polo , per le ferite riportate.13012782_569224866572004_4126165423785511619_n

Il Pizzamano, fa un dettagliato rapporto al Proveditor alle Lagune e Lidi sui fatti occorsi nella giornata. In data 21 aprile il Senato decretò elogi speciali al Pizzamano e ai suoi soldati: “… Lodevoli pertanto le direzioni di quel vigile ed attento Deputato, diretto alla sola preservazione delle pubbliche massime, anche recentemente confermate, e gli usati destri modi ed insinuazioni verso l’armatore, affiche’ si allontanasse dai litorali, sara’ cura del predetto Proveditor alle Lagune e Lidi di manifestargli il pieno nostro aggradimento ed animarlo a proseguire con pari zelo e fervore nell’esercizio delle appoggiategli incombenze.

Niente meno gradita la benemerita opera prestata all’oggetto stesso dagl’indicati Ufficiali e valoroso equipaggio della galeotta del Capitano Viscovich, e volendo il Senato premiati gli uni e gli altri che esponendo ad aperto pericolo la propria vita prestarono distinto servigio, cosi interessante i più delicati riguardi nostri …. si autorizza il predetto Proveditor alle Lagune e Lidi di somministrar agli equipaggi stessi in aggiunta alla natural paga, l’importar della medesima d’un mese, ed assicurando agli Ufficiali della pubblica piena riconoscenza”. 13000108_569225139905310_4898977246609160653_n

Ma questo tributo d’onore restò in vigore per quei pochi giorni di libertà che la storia concedeva ancora ai Veneti. Il 3 maggio 1797 il sedicente liberatore Bonaparte – che nel frattempo aveva dichiarato guerra alla Repubblica Veneta – costringeva un governo ormai alla sua mercé a punire il Pizzamano, sicché gli Avocatori de Comun lo posero in militar custodia, per metterlo sotto processo. Una fine triste, ma incruenta nella sostanza, che consentirà al giovane nobiluomo ad uscire illeso da queste terribili vicende.
( da: 20 april 1797 el di del corajo, libro /fumetto)

FATTI (E MISFATTI) ALL’OMBRA DEL TRICOLORE NEL 1797 L’ECCIDIO DI MUSSOLENTE DI BASSANO

stemma di Mussolente

stemma di Mussolente

Le notizie di stragi compiute dai «liberatori» francesi duecento anni fa iniziano a filtrare e s’incrina così il muro di silenzio, anzi la drastica torsione valutativa imposta dai libri di scuola sulla prolungata presenza nella Penisola — dal 1792, tempo della guerra tra Francia repubblicana e monarchia sabauda, al 1814 quando gli austro-russi dilagano nella valle Padana dopo la caduta di Napoleone I — delle truppe napoleoniche. Nel Mezzogiorno questa riscoperta si caratterizza come meno sporadica — il numero di episodi che riaffiorano è elevato — e più massiccia — il numero delle vittime e l’efferatezza degli episodi. Su quanto accaduto nella parte settentrionale del paese, viceversa, pare non sia accaduto nulla di questo genere. Tuttavia anche qui, anche se a goccia a goccia, qualcosa comincia a emergere.

Ne fa fede un piccolo — ma quando c’è di mezzo un eccidio si può parlare di piccolo o grande? — episodio che è stato scoperto in Veneto da uno storico locale nel ricostruire i lineamenti storici dell’occupazione militare francese della provincia trevigiana nel 1797, negli ultimi mesi della Repubblica di Venezia.

Il 2 febbraio di quell’anno, a Mussolente, villaggio che conta oggi poco più di settemila abitanti, a sei chilometri da Bassano del Grappa, cinque poveri contadini — Andrea Polo, Sguardo Polo, Francesco Guadagnin, Giuseppe Fontana, Baldissera Orso — sono fucilati «sul posto» da un reparto francese dell’armata del generale André Masséna, in ritirata dalla Valsugana — dopo il ciclo di battaglie del gennaio precedente, passate alla storia con il nome di Rivoli Veronese —, perché hanno tentato di difendere il raccolto, le bestie, i viveri di cui i rapaci soldati d’Oltralpe volevano appropriarsi con la forza. Un episodio passato del tutto nel dimenticatoio e solo oggi, grazie alla solerzia della preziosa storiografia locale — quella, magari, come in questo caso, formata da storici, de facto anche se non nelle doti spesso di prim’ordine, «della domenica» — riemerso alla luce e che ci interpella.

la villa che ospitava il comando francese, in cui furono trucidati i poveretti

la villa che ospitava il comando francese, in cui furono trucidati i poveretti

Dunque, una strage gratuita, un atto di brutalità finalizzato a terrorizzare le popolazioni contadine italiane — di cui peraltro Bonaparte ebbe sempre, e a ragione, paura — di allora e ad asseverare il presunto diritto delle truppe «liberatrici» di estorcere a loro piacimento beni ai loro proprietari terrieri e ai loro poveri intendenti in loco — si badi bene: appartenenti a uno Stato dichiaratosi neutrale, con cui di conseguenza la Francia non era in regime di belligeranza.

Mi domando: quanti altri sfregi del genere le nostre popolazioni hanno dovuto subire in quegli anni? Si è parlato nei mesi scorsi di un «armadio della vergogna», in relazione alla scoperta di un archivio in cui sono stati — per alcuni colpevolmente, per altri doverosamente — sepolti per decenni i dossier penali relativi a stragi compiute da soldati italiani nei Paesi occupati, in specie nei Balcani, rimase quindi impunite. Quantidossier dovrebbe contenere un «armadio della vergogna» dedicato a queste stragi, che vedono coinvolti i nostri antenati, ma non per questo sono state meno reali e dolorose? Non si può non osservare che, se di alcuni eccidi compiuti nel secondo conflitto mondiale — da tedeschi, truppe italiane, milizie fasciste o partigiani — quanto meno esiste undossier, magari sepolto dalla polvere, perché qualcuno si è almeno mostrato interessato a punirne i colpevoli, degli eccidi del periodo napoleonico la memoria si è letteralmente dissolta.

Ma — continuo a domandare — in che misura l’imbarbarimento della guerra, dovuto al coinvolgimento dei civili che i francesi «emancipati» attuano, non creerà un precedente, che autorizzerà anche altri eserciti a imitare i «novatori» di Oltralpe? Una liberazione al tal prezzo è una liberazione moralmente accettabile da un popolo — e la grande stagione dell’Insorgenza è lì testimoniarne il rifiuto — e da chi ne deve rappresentare in esplicito i valori, cioè i poteri pubblici? O, almeno, è lecito parlare ancora in termini encomiastici, se non elegiaci, di un ventennio di rapporti tra Francia rivoluzionaria e napoleonica e Italia, che si configura in termini di un assoggettamento totale e di una violenza ancora tutte da narrare, perpetrate dalla consorella transalpina contro i popoli della Penisola? E, da ultimo, è segnale di equità di giudizio dilatare in maniera abnorme, solo perché più recenti e di segno ideologico più gradito, la memoria delle stragi compiute in Italia dalle truppe hitleriane, quasi sempre rappresaglie, dopo l’8 settembre 1943? Perché non parlare invece di due — di tante — occupazioni, entrambe drammatiche e foriere di gravi lesioni e ricadute fatali sulla condizione morale della nazione italiana?

Si discute oggi tanto di memoria condivisa: non so se sia un traguardo raggiungibile, anche perché manca una definizione «condivisa» di che cosa sia tale memoria… Di certo, però, il primo passo in questo senso che occorre fare è sul piano dei fatti, non mutilando la memoria. Bisogna quindi ammettere che l’Italia ha subito sanguinose rappresaglie da parte degli sconfitti dell’ultima guerra mondiale, ma ha anche patito tanti scempi inflittile da troppi «liberatori», e fra questi non si possono non annoverare i rivoluzionari francesi e Napoleone.

Solo in questo orizzonte davanti sarà possibile riconquistare una parte di verità sulla storia d’Italia e, quindi, acquisire una più matura consapevolezza di chi siamo e di dove andiamo come popolo.

* * *

Do di seguito le pezze d’appoggio della mia argomentazione, di cui sono debitore al signor Millo Bozzolan di Seren del Grappa (Belluno), il quale, a sua volta ha avuto notizia dei fatti dal dott. Giorgio Zoccoletto, rinomato storico veneto, autore, fra l’altro, di 1797. L’occupazione napoleonica del territorio trevigiano (Antilia, Treviso 1997). Si tratta (a) di una lettera informativa inviata da Bozzolan al quotidiano Il Gazzettino di Venezia; (b) del testo della denuncia fatta dal capo della comunità di Mussolente al pretore di Asolo (Treviso), nonché (c) della comunicazione di costui al podestà di Asolo Zustinian Badoer (entrambi i documenti si trovano in Archivio Di Stato Di Venezia, Senato Militar Terra Ferma, filza 38).

Oscar Sanguinetti

 

UN SOLDATO AUSTRIACO CI MOSTRA ANCHE L’UNIFORME PENULTIMA DELLA FANTERIA VENETA

divisa austriacaNell’arco di tre anni, dal 1790 al ’92 da questa uniforme, di foggia austriaca, i fanti veneti passarono a una divisa più attillata (e più scomoda, riporta il Favaloro nel suo libro) ma forse più elegante. La giacca diventò più corta, aperta sotto in modo da far vedere il gilet, chiamato ‘camisiola ‘ e la placca del cinturone.

Tornando a questa uniforme, gli austriaci avevano i risvolti con colori diversi, a seconda del reggimento, mentre per i fanti veneti, erano sempre blu, colore che probabilmente si rifaceva al colore della Nazione veneta da tempi antichissimi.

fante veneto

fante veneto

Il caschetto era identico, differiva la placca, da noi era un leone “in moeca” che diventò “andante” nell’ultima versione. L’ultimo copricapo aveva anche una piuma, che sormontava un bottone di cotone su coccarda blu, sul lato sinistro. I graduati (tali erano considerati anche gli ufficiali) portavano invece il bicorno.

cappotti originali della marina simili ai cappotti di fanteria, tranne che per i risvolti

cappotti originali della marina simili ai cappotti di fanteria, tranne che per i risvolti

Nella foto, il fante sta caricando il fucile: strappa la cartuccia, un cilindro di carta ” da noi confezionato con ‘carta Real’ ” con i denti. Verserà parte della polvere sul bacinetto, come innesco, la gran parte nella canna, infilando poi la palla di piombo tenero e poi la carta, come stoppaccio, per tenere fermo il tutto.  Mi pare che la polvere nera fosse l’equivalente di 5 grammi attuali.

Le cartucce erano contenute nella giberna, in genere una dozzina erano la dotazione standard. La giberna aveva lo stesso leone del caschetto.

PROTESTO A DIO, SON SUDITO FEDEL, COME UN SCIAVON !

San Marco dei Veneti, ma non solo…

Ultime uniformi deglo Oltremarini. la rossa era per le occasioni ufficiali, la blu per il servizio quotidiano.

Ultime uniformi deglo Oltremarini. la rossa era per le occasioni ufficiali, la blu per il servizio quotidiano.

Protesto a Dio, son sudito fedel
E gh’ò San Marco in cuor quanto un Schiaon…

Il poeta A. M. Labia (1709-1775) con l’incipit di questa poesia ci dà un’idea di quanto fossero affezionate alla Repubblica le popolazioni “illiriche”, cioè di lingua serba albanese e croata, sottoposte al Dominio veneto. E del resto, anche nella terraferma il sentimento era diffuso, ma proverbiale, secondo lui, era l’amore per il “Principe” degli schiavoni (le truppe d’oltremare), insomma, per San Marco. Fa piacere ricordarlo, ora che la storia, in questi tempi immemori, è ormai una passione di pochi.

I PICCHIERI VENEZIANI DEL SEICENTO. ARMI, TECNICA DI COMBATTIMENTO

385900_2850238025744_1648612147_nIl sergente aveva, come arma distintiva di grado, l’alabarda, alta poco più di due metri.
Il picchiere era armato di lunga picca. Nel 1641 Fabio Gallo, che era stato al servizio di Venezia, pubblicava nella città lagunare “La Fucina di Marte. Disciplina universal dell’arte militare”. Ivi scriveva che “la picha, che si adopera in guerra…deve esser longa piedi 15” (cioè metri 5,20)”
Il legno era di frassino, con due lunghe barre metalliche verso la cima a protezione dei colpi di spada.

Il soldato indossava”il corsaletto” (corazza), petto e schiena protetti, con due prolunghe (scarselloni) per il ventre e le cosce. Ma non tutti li avevano, solo le prime file, e nel 1573 si stabilì che almeno il 20% avesse l’armatura. A protezione del capo usavano il morione o bacinetto (a seconda della forma e della presenza di cresta).Pike_and_shot_model

Il peso di tutto, compresi gli eventuali spallacci raggiungeva i 15 chili a cui si doveva aggiungere la spada. Necessitavano uomini robusti e gagliardi, a differenza dei moschettieri e archibusieri, e infatti anche il Savorgnan scrisse nel 1599: “Il corsaleto, e la picca s’han da dare ai più forti, e possenti”.picca_impugnatura_svizzera-1024x682

I movimenti delle picche richiedevano coordinamento e molto esercizio, dato che erano sincroni, e le principali posizioni erano:
sull’attenti (picca verticale, tenuta sulla destra, la mano sin stesa sul fianco).
In marcia ( picca quasi in veritcale poggiata sulla spalla destra).
Posizione di attacco (picca orizzontale all’altezza della spalla)
Posizione di difesa ( si piantava la picca a terra, poggiando l’interno del piede sinistro sopra, era sostenuta dalla sinistra mano, e la destra poggiava sull’elsa della spada, pronti all’estrazione).

riassunto
da “Esercito veneziano del 600” di Alberto Prelli dis. Di Franco Finco ed. Filippi Venezia 1993

CLEMENTE XIII E IL CONFLITTUALE RAPPORTO TRA PAPI E VENEZIANI, NELLA SATIRA DI ANONIMI.

Mi è venuto spontaneo cercare qualche riferimento storico anche divertente, che illustrasse parte del complesso rapporto tra la chiesa romana e i Veneti. Mi è venuta in mente l’elezione di un Rezzonico al soglio pontificio, col nome di Clemente XIII. Fu accolta a Roma con freddezza, dati i trascorsi burrascosi tra Venezia e Roma, e Pasquino scrisse dei versi ironici sulla nave di Pietro affidata ai “barcarioli”.

A Venezia invece grandi festeggiamenti, anche se la notizia del malanimo e dei versetti canzonatori dei romani era giunta subito. Un “Pasquino” di casa nostra pensò quindi di difendere il bravo papa con questo componimento:

“so che parlé da rabia, o romagnoli / Perché i v’ha fato un Papa venezian, /e per questo disè che in te le man /i ha consegnà la nave ai barcarioli.

La verità diseme cari fioli, / no zelo sta sempre un bon cristian? /Domandè al teritorio padovan /Se par elo no’l s’ha cavà i ninzioli (lenzuola). /Questo sarà un bon Papa e Dio volesse, / che son seguro el se faria adorar /se da star co vu altri no’l  gh’avesse. /

Che me l’abié, ò paura da gustar, /co la so santa man Dio no metesse, /perché chi sta co ‘l lovo (lupo) impararà urlar. /Si ben no se pol dar /Che lo movè da la so gran pietà, /perché in quela l’è tropo radicà.

Nè caso ghe sarà /Che in lu mai ghe trovè de colpa un neo, /gnanca se dessi fogo al Colisseo.

ANONIMO

Ma quando Clemente XIII –Rezzonico firmò l’atto di soppressione dell’Ordine dei Gesuiti, Pasquino approvò così:

L’empia setta d’ Israello

adorò d’oro un vitello,

di Loyola il sacro coro

adorò la vacca d’oro.

Questo certo, in fede mia

è peggiore idolatria.

E ancora

La vostra Società quando fiorì?

Siete stati Compagni di Gesù

quand’egli nacque, oppur quando morì?

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