GLI “EROI” DELLA MUNICIPALITA’ BRESCIANA, DI CUI CI SI DEVE SOLO VERGOGNARE

legionelombarda2A Brescia, nell’occasione di qualche anniversario un gruppetto di sprovveduti locali ha recentemente posto una targa commemorativa a ricordo dell’epica impresa (si fa per dire) dei Municipalisti, che presero il potere per conto dei francesi durante il crollo di Venezia.  In altre parole, col tricolore in mano, fecero da palo alle ruberie del gaglioffo d’oltralpe.

Ecco come li descrive Alvise Zorzi : ” Anche a Brescia ci fu una rivolta di nobili che postumi agiografi hannovoluto dipingere come un’impresa epica. Cintro Venezia, dunque che avrebbe incarnato “il privilegio, l’ingiustizia.. un miope sfruttamento, una lentezza equivoca di burocrazia dominante”. images

Trentanove ‘ardimentosi’ radunatisi in casa Lechi avevano giurato “di vivere liberi o di morire.”Il Dieci marzo i valorosi sferrarono l’assalto al Broletto, sede del potere veneziano, del tutto indifeso perché i pochi soldati schiavoni erano stati consegnati in caserma. Francesco Filos pianta il tricolore nel cancello esterno ma l’impresa è durata troppo poco.

Giuseppe Lechi, e i suoi amici “vestiti di divisa giallo lombarda” arrivano, affannati, troppo tardi. Lo zio dei fratelli Lechi, Galeano, era un Don Rodrigo veneziano che per le sue insolenze era finito sotto i Piombi, dai quali era fuggito, come Casanova, per i tetti.

Con loro c’era anche Francesco Gambara, erede di una famiglia da sempre nemica di Venezia e figlio di un truce personaggio, il conte Alemanno che si era distinto per stupri ed sanguinose bravate, ed aveva fatto dei suoi castelli qualcosa di simile al castellaccio dell’Innominato.

Vittorio Alfieri descrisse così i feudatari locali : vili impuniti signorotti han piena / di scheani lor corte, ed uccider fanno / chi sott’essi non curva testa e schiena… “Adesso, cittadino, hai una Patria !” proclamano. Sarà la paura di un ritorno di Venezia a far loro abbracciare il tricolore.

I FRATELLI CIMBRI DI ASIAGO RICORDANO LE STRAGI NAPOLEONICHE IN ALTOPIANO

Nove luglio 1809, l’Altipiano di Asiago insorse contro le imposizioni francesi chiedendo libertà ed autonomia e rifiutando di versare le tasse ritenute particolarmente esose dai capifamiglia.  Nelle prime schermaglie le truppe di Napoleone furono sconfitte e costrette ad abbandonare prima Asiago poi l’Altipiano.

La reazione francese fu immediata: con l’uso dell’artiglieria l’esercito francese riprese il controllo dei paesi con una repressione sanguinosa. Oltre duemila altipianesi, soprattutto donne, anziani e bambini, vennero trucidati. Solo ad Asiago furono settanta le persone uccise ed i loro corpi esposti sugli alberi come segno di sconfitta dei Cimbri.

Questa tragedia sarò ricordata il 9 luglio prossimo, al Parco delle Rimembranze  di Asiago (ex cimitero di guerra) con una cerimonia organizzata dalla Federazione dei Cimbri dei Sette Comuni…

L’articolo del Gazzettino è questo, potete leggerlo interamente, ringrazio Luciano Dorella per la segnalazione.

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1797, ARRIVANO I “LIBERATORI” FRANCESI E … STUPRANO E RUBANO NELLE CASE DEL VENETO.

Lettera del Podestà e del Capitano di Treviso al Senato Veneto, il 13 marzo 1797

Nuovo disgustoso episodio accaduto a Villorba  nella notte tra il 6 e il 7 corrente per opera di soldati Francesi…

2185_mpp512Mentre si attrovavano a letto in una stanza della propria casa Zuanne Salvadori e sua moglie Francesca, circa le ore 4 della notte medesima venne forzata ed aperta la porta della strada da due soldati Francesi, quali gli si fecero in vicinanza del letto.

Salito uno di essi sul letto stesso e successivamente l’altro, cercavano di ridurre alle loro voglie la precitata Francesca, ma respinti da suo marito, potè questa femmina fuggire, e nascondersi in un angolo della casa,…e quindi suo marito medesimo si ridusse alla casa di un Veneto Patrizio, ove si trovavano delle Guardie Francesi, per avvertirle della  violenza dei loro soldati.image006

Ma mentre era di ritorno dalla propria casa, quando uno dei due soldati, sortendo dalla medesima, lo prese per la vita e lo trascinò con lui in un fosso. Mentre colà assieme si dimenavano, mossi dai latrati di un cane dei vicini, accorsero i di lui fratelli Domenico e Gaetano. Ritrovatolo nel fosso a dibattersi col francese, si apprestarono a soccorrerlo quando sopraggiunse anche l’altro Francese e armato com’era di palosso (spada a lama larga) si mise a menar colpi. Al Gaetano recise la mano destra, e nella notte dell’otto, cessò di vivere….

Mi faccio dovere di rassegnare alla Serenità Vostra ed a Vostre Eccellenze per quelle rimostranze che credettero convenire verso i Comandanti a repressione di così gravi trapassi. Grazie.

A chi fosse interessato, per farsi un’idea della violenze, delle ruberie, dei saccheggi commessi da quelli che ci imposero il tricolore con le baionette insanguinate, rimando anche al libro di Giorgio Zoccoletto, di Venezia, da cui ho tratto il brano. Tutto documentato, eh… relazioni ufficiali dell’epoca. Stringe il cuore pensare come eravamo finiti.. e come siamo oggi, resi immemori da chi nasconde la nostra storia.  Il titolo è: 1797, lOCCUPAZIONE NAPOLEONICA NEL TERRITORIO TREVIGIANO, di Giorgio Zoccoletto. Qualche Biblioteca pubblica lo avrà in catalogo. 

 

Le Magistrature venete al museo Correr

250450_2024517463246_7266167_nIn queste sale sono esposti alle pareti i ritratti di alcune personalità della nobiltà veneziana nelle vesti tradizionali e rituali delle più alte magistrature della Repubblica. Tra questi i Senatori e i Procuratori di S. Marco – con stola di velluto controtagliato sulla spalla – seconda carica pubblica dopo il Doge.

L’austera signorilità, l’eleganza sobria ma solenne di queste vesti ufficiali ben assolvono alla funzione di sottolineare la dignità e il decoro delle cariche di governo e il carattere di servizio prestato alla collettività nell’assolvere con onore agli incarichi pubblici.

Si segnala il severo Ritratto del Bailo Giovanni Emo attribuito a Pietro Uberti (1671 – 1726). Il bailo, l’ambasciatore veneziano a Costantinopoli, veniva eletto dal Senato ed aveva una posizione di grande potere in quanto era governatore locale, funzionario commerciale e doveva tenere i contatti con il potere politico locale. Segue il Ritratto di Vincenzo Querini di Bartolomeo Nazzari (1699 – 1750).

PS. la nota è del 2011, ora non so più come abbiano ‘trasformato’ il museo. So di toghe senatoriali spostate in magazzino perché erano’fuori posto’ nel nuovo settore ‘napoleonico’ dedicato alla permanenza dell’Infame a Venezia.

IL CONSENSO POPOLARE A SAN MARCO, ALLA VIGILIA DEL TORNADO NAPOLEONE.

Di Alvise Zorzi 

ultima rivolta a Venezia

ultima rivolta a Venezia

Non si deve credere che le classi dirigenti e le borghesie cittadine fossero tutti scontenti: i margini del consenso rimangono larghi fino all’ultimo, nobili e borghesi integrati nel regime veneziano sono in maggioranza anche se, come è ovvio, il dissesns si fa notare di più e si accentua col diffonersi delle “idee rivoluzionarie di Francia”.

Villani e proletariato urbano sono marcheschi più che mai e lo rimarranno fino all’ultimo… Nella mente degli umili Venezia rappresenta comunque il luogo, sia pur remoto, della giustizia suprema. C’erano le visite periodiche dei sindaci inquisitori che rivedevano le bucce ai rettori e ai loro funzionari amministrativi  e giudiziari.stendardo_guardia_donore

C’era il potere temuto e silenzioso che, quando colpiva, colpiva inesorabilmente in alto. Gli storici improvvisati che parlano, a proposito dei contadini del Nord Est, di Inquisitori di Stato e Piombi, sbagliano strada: i Piombi erano per le classi superiori, i compagni di Casanova, all’infuori della spia Soradaci, erano tutti nobili, gli Inquisitori di Stato avevano giurisdizione sulla nobiltà e nulla poteva dar maggior soddisfazione agli sfruttati villani del vedere il signor conte e il signor marchese, o anche il N. H. loro padrone abbassare le orecchie davanti al temuto Tribunale supremo o addirittura sparire nei camerotti dei Tre. Nei quali il popolino vedeva la propria difesa di fronte alla sopraffazioni della nobiltà.

Ai tempi della battaglia parlamentare in Maggior Consiglio sulle attribuzioni del Tribunale Supremo, la plebe che ne attendeva l’esito aveva acclamato entusiasticamente la vittoria dei sostenitori degli Inquisitori di Stato. Leone_di_San_Marco_a_Verona

Per quanto esaurita, la classe nobile veneziana era, fu aperta fino all’ultimo al rinnovamento, basterebbe citare la figura di Andrea Tron, che portò nuove tecniche a Valdagno per la produzione del tessile, importando macchinari innovativi dall’Inghilterra e aprendo la sua fabbrica a tutti gli imprenditori che volevano imparare.

Ciò che tanti hanno detto, compreso chi scrive, sul comportamento della classe dirigente veneziana alla fine della gloriosa e lunga vita del Leone, andrebbe rivisto in maniera profonda.download

Chi poteva prevedere che sullo scenario italiano prorompesse una forza irresistibile come quella di Napoleone, uomo del Destino che trascinava una armata di scalcagnati contro i più navigati generali dell’impero asburgico e li batteva invariabilmente? Nel giro di pochi anni il mondo del Nord Est viene sconvolto veneziano viene sconvolto. La Repubblica aveva scelto, per sua disgrazia, la neutralità disarmata.

 

IL SOGNO DELL’INDIPENDENZA : “EL TORNI PREST, COL NOSTER SAN MARC !” SARA’ ANCORA POSSIBILE ?

Porta San Giacomo, a Bergamo

Porta San Giacomo, a Bergamo

L’indipendenza è un sogno… ma una vita senza sogni non è una vita, specie se hai da vivere nello sfascio italiota. E poi… solo dei grandi sognatori hanno lasciato impronte indelebili… hanno formato le nazioni… io voglio mettere tra questi, con la sua evangelizzazione (classica missione da sognatore) della Venetia, il nostro “San Marc benedet !”,come lo chiamò il custode della porta della città nella Lombardia veneta, sovvertita dalle Municipalità imposta dall’Infame francese. – se ne usciva mesto il colonnello degli schiavoni, mi pare a “Bressa”, ma portava sulle spalle, a mo’ di scialle, il gonfalone marciano. “El torni prest Celenza, col noster San Marc Benedet ! “.

dicembre 2013. fino a pochi ani fa una scena così era un sogno. Eppure...

dicembre 2013. fino a pochi anni fa una scena così era un sogno. Eppure…

IL FOTOGRAMMA PRECISO E TERRIBILE DELL’INIZIO DELLA RIVOLTA DI VERONA CONTRO I FRANCESI OCCUPANTI, MA FU UN TRANELLO.

di Ecce Leo e Millo Bozzolan 

Infanteria Veneta in piazza Bra verona, stampa del 1780

Infanteria Veneta in piazza Bra verona, stampa del 1780

Quanto segue è la cronaca dell’inizio della sanguinosa rivolta che passerà alla storia come “le Pasque Veronesi”. I francesi tracotanti e ladri, saccheggiatori di chiese (svuotarono persino il Monte di Pietà) in realtà seguivano una strategia di provocazione per trovare un “casus belli” qualsiasi. Volevano dichiarare guerra al pacifico e neutrale stato veneto, impadronirsi di ogni bene per alimentare l’esercito e sopperire alle spese della campagna, e infine usarne il territorio come merce di scambio con l’Austria. Il segreto trattato di Leoben segna in quei giorni la sorte dello stato veneto: vi era un ladro, Napoleone, e un mandante o ricettatore, l’Austria.

Nella notte fra il 16 e il 17 aprile 1797 fu affisso per le vie della città un manifesto a firma di Francesco Battaia che incitava i veronesi alla rivolta contro i francesi e contro i collaborazionisti locali. Il manifesto era apocrifo, in realtà fu opera di Salvadori su commissione di Landrieux ed era una provocazione atta a fornire un pretesto ai francesi per occupare definitivamente la città. Nel manifesto si poteva leggere:

« Noi Francesco Battaia,
Per la Serenissima Repubblica di Venezia Provveditor Estraordinario in Terra Ferma.
Un fanatico andare di alcuni briganti nemici dell’ordine e delle leggi, eccitò la facile Nazione Bergamasca[8] a divenir ribelle al proprio legittimo Sovrano, ed a stendere un’orda di facinorosi prezzolati in altre città e provincie dello Stato, per sommuovere anche quei popoli. Contro questi nemici del Principato noi eccitiamo i fedelissimi sudditi a prendere in massa le armi e dissiparli e distruggerli, non dando quartiere e perdono a chichessia, ancorché si rendesse prigioniero, certo che sì tanto gli sarà dal Governo dato mano e assistenza con denaro e truppe Schiavone regolate,[1] che sono già al soldo della Repubblica, e preparate all’incontro. Non dubiti alcuno dell’esito felice di tale impresa, giacché possiamo assicurare i popoli che l’Armata Austriaca ha inviluppato e completamente battuto i Francesi nel Tirolo e Friuli, e sono in piena ritirata i pochi avanzi di quelle orde sanguinarie e irreligiose, che sotto il pretesto di far la guerra a nemici devastarono paesi e concussero le Nazioni della Repubblica,[8] che gli si è sempre dimostrata amica sincera, neutrale; e vengono perciò i Francesi ad essere impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo il momento favorevole d’impedire la stessa ritirata, alla quale di necessità sono costretti. Invitiamo inoltre gli stessi Bergamaschi, rimasti fedeli alla Repubblica, e le altre Nazioni[8] a cacciare i Francesi dalla città e castelli, che contro ogni diritto hanno occupato e dirigersi ai Commissari nostri Pico Girolamo Zanchi e Dott. Fisico Pietro Locatelli, per avere le opportune istruzioni e la paga di Lire 4 al giorno per ogni giornata in cui rimanessero in attività.
La città e il territorio sono pronti alla difesa, e ognuno sparga il suo sangue per la Patria, pel sovrano e per la buona causa. Viva San Marco! Viva la Repubblica! Viva Verona! »

L’impostura sarebbe stata facilmente smascherabile, infatti il manifesto era già stato pubblicato a marzo da alcuni giornali, come il Termometro Politico e il Monitore Bolognese, inoltre Battaia in quel momento si trovava a Venezia. I rappresentanti veneti lo fecero rimuovere, e al suo posto venne pubblicato un nuovo manifesto che smentiva il precedente ed esortava la popolazione alla calma. Ma ormai l’insurrezione era già stata innescata, e nel pomeriggio ci furono già diverse risse.

Tutto inizia con un francese sbudellato da un coltellaccio di un popolano veronese, e da uno schiavone che interviene in suo aiuto (per evitarne l’arresto) , tagliando di netto la mano di un altro soldato con un colpo della sua temibile spada.

Trovasi il giorno di Pasqua dirimpetto all’ospedale nuovo di Verona un villico armato di fucile. Osservato lo stesso da alcuni soldati francesi, fu da essi circondato e disarmato del fucile, con il pretesto che fosse un fucile francese e in conseguenza rubato. Risoluto il villico pose mano prontamente al coltello e feri nella pancia il francese che gli aveva levato il fucile e lo feri cosi seriamente che le viscere gli caddero per terra e sul momento mori. Erano intanto accorsi vari soldati schiavoni mentre gli altri francesi avevano arrestato il villico e quegli intimarono a questi che lasciar dovevano in libertà. Uno dei francesi rispose con arroganza e pose la mano la mano sulla guardia della propria scimitarra, ma pronto uno schiavone con un colpo di sciabola gli recise la mano. Gli altri francesi si diedero tosto ad una precipitosa fuga. Universale fu allora la commozione del Popolo veronese, ed una numerosa truppa di giovinetti, il più vecchio de’ quali non arrivava a 18 anni, si pose a circondare e in certo modo ad assalire i tre castelli… andò intanto crescendo il fermento e la sollevazione divenne generale in tutti gli ordini degli abitanti ed entrarono in città molti villici della Val Policella e de tredici comuni ben armati e quanto feroci altrettanto fedeli… secondo il rapporto a Napoleone del generale di divisione Carlo Kilmaine, comandante in capo della lombardia , soltanto a Verona i francesi uccisi nelle insorgente furono oltre 400″

da Pasque di Sangue a Verona, in rivoluzione francese pag.281