QUALCHE COSA SUI CAPPELLETTI, CAVALLERIA DALMATINA IMPIEGATA DA VENEZIA

250388_2018146223969_4893500_nHo trovato a suo tempo queste meravigliose illustrazioni di un disegnatore croato, che illustra un cavaliere della rima metà del ‘700.  Serve a rendere l’idea dei “Cappelletti” che servirono fedelmente Venezia, in epoca successiva agli Stradioti (di etnia greco albanese) in compiti di pattugliamento dei confini, in operazioni anti banditismo, e come scorte per le autorità venete.

Nella prima illustrazione vediamo un “cappelletto” come poteva essere a fine Cinquecento, inizio del Seicento.Fucile e pistoloni con meccanismo a ruota, una sciabola, dato che  la schiavona comparirà a inizio Seicento. Il rosso cremisi era molto spesso presente nelle vesti.

Le immagini bellissime non sono esaustive, dato che nel 1600 almeno, essi avevano in dotazione in battaglia, anche una corazza leggera.E250388_2018146183968_971251_n

Eccolo, visto da dietro, con i caratteristici baffoni, il piccolo cappello che ne indicava a colpo d’occhio l’etnia slava, e l’immancabile schiavona, dai primi del Seicento. Le spade erano tutte prodotte a Belluno che ne esportò tntissime anche all’estero, specie in Scozia.

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Di epoca risalente alla prima metà del Settecento, questa immagine: lo scudo rotondo è retaggio di epoche più antiche. Direi di considerarlo come ornamento da parata, ormai- Le pistole sono ora a pietra focaia. La maglia di ferro sul petto, sostituisce la vecchia corazza ed è ancor autile per ripararsi dai ccolpi di sciabola dell’avversario.

250322_2018197985263_916289_nContinuando con le mie ricerche, mi sono poi imbattuto nel ‘modello’ originale, Uno stupendo cavaliere di Sinj allora cittadina ai confini della Dalmazia veneta, che sostenne ai primi del Settecento, un memorabile assedio degli Ottomani, alla fine riuscendo a sconfiggerli. Ogni anno questa gente fiera, ricorda le gesta dei loro antenati, avendone conservato le uniformi e le armi.

228361_2018192385123_6473140_nEcco la loro maniera particolare di portare il fucile, proprio anche agli Oltremarini, dato che l’arma era priva di tracolla. Alla cintura larga, di cuoio, erano appoggiate due pistole e il coltellaccio chiamato Jatagan, il cui manico era formato da un osso di agnello.

IL MISTERO DELL’ULTIMO FUCILE VENETO

Nel 1784 il Conte Tartagna presentò al senato veneto il preventivo dei costi, relativo al progetto realizzato del moschetto da assegnare alla fanteria, che da lui prese il nome. All’archivio di stato di Venezia esiste ancora il disegno originale, con il preventivo di spesa di tale fucile, e le economie realizzabili a seconda che le varie parti fossero o meno ordinate a Brescia o all’arsenale di Mantova (zona di influenza austriaca). Tale fucile derivava a sua volta, con poche variazioni riscontrabili, dal modello presentato dal Gasperoni (ufficiale di Artiglieria con particolari doti inventive, che malgrado gli onori e gli incarichi prestigiosi ottenuti, fu in collegamento con ambienti massonici) di qualche anno addietro (1774).1 - fucile gasperoni

Modello quest’ultimo, che non andò oltre alla fase progettuale, a quel che rilevano concordemente vari autori, preferendo, i governanti di allora (siamo negli anni 80 del 700) acquistare qualche migliaio di fucili in Austria. I motivi di tale scelta possono essere i più varii, ma non certo la cattiva qualità del progetto, come qualche autore si azzarda a scrivere (ma tira ad indovinare), dato che poi lo stesso modello, col Tartagna, fu prodotto dal 1787 in poi, probabilmente sia a Brescia che in Austria, come vedremo.

Fucile del Conte Tartagna

Fucile del Conte Tartagna

A dire il vero il progetto veneto , si inspirava al modello austriaco in uso all’epoca (e non solo), ma allora usava così, almeno nel campo armiero. Si copiava quello che c’era di meglio da quanto in uso e non si offendeva nessuno.
Anche nel Regno di Napoli ne abbiamo un esempio: nei giorni scorsi, studiando una bella tavola a colori con divise dell’esercito borbonico di fine 700, mi sono imbattuto nel profilo disegnato del fucile “napoletano” (prima e seconda versione) che presenta influenze prussiane nel primo ed austriache nel secondo, che mi pare molto simile anche al nostro ultimo, con tre fascette a stringere la canna.

FUCILI NAPOLETANI

FUCILI NAPOLETANI

I due lettori che fino ad ora mi avranno seguito fin qui, magari attirati dal titolo degno di un giallo di Agata Christie, si chiederanno dov’è il mistero, dato che tutto, nei fatti, sembra abbastanza chiaro.

Ebbene, questo fucile veneto, realizzato dal conte Tartagna in migliaia di esemplari, sembra sia sparito nel nulla, e quando nel 2002 incominciai ad interessarmi dell’argomento per armare il neonato Reggimento Veneto Real con qualche cosa di simile, attingendo nel mercato delle repliche, mi sarebbe piaciuto esaminarne uno dal vero, ma fu impossibile trovarne traccia materiale o solo fotografica in qualche rivista del settore.

Cosa poteva essere successo? Mi sono spiegato la cosa con le tristi vicende della fine della nostra Repubblica: spogliata di ogni suo bene da vincitori rapaci come pochi, anche i fucili furono bottino ambito, e probabilmente finirono sparsi in varie parti d’Europa, o nelle lande infinite della Russia, durante la ritirata dell’armée, a cui anche migliaia di veneti coscritti (leggasi: arruolati a forza) parteciparono.

Come in una tragedia greca, un “deus ex machina”, a nome Dario Toso, risolve il mistero.

Arriviamo nel 2008 e arriva la svolta: avendo ormai annuali contatti con l’amico Dario Toso di Milano, a capo di un reggimento storico austriaco e grande esperto nel settore dei fucili d’ordinanza del 700 e 800, ho cercato di coinvolgerlo nella ricerca, inviandogli i progetti del Gasperoni e del Tartagna. Ora, chi conosce l’animo del ricercatore sa che, stimolando a dovere la sua curiosità, egli si comporterà come un segugio, non abbandonando mai la pista.

Dario si è comportato proprio così, ha attivato a dritta e a manca i suoi contatti, fino ad imboccare un paio di sentieri. Seguendo il primo, egli ha reperito una prima foto incompleta dell’arma, da un vecchio catalogo, ove era raccontata una interessante storia. Risulta infatti che il console piemontese di Trieste, abbia acquistato un lotto di queste armi, giunte da Ferlach, in Carinzia (quindi dal progetto iniziale di produzione autoctona, si evince che tali fucili furono poi prodotti anche in Austria) e destinate in un primo momento a Venezia, per armare il proprio esercito in previsione della guerra con la Francia. Evidentemente il fucile era considerato una buona e solida arma.

La seconda pista lo ha portato invece alla collezione Tettamanti di Milano, dove egli ha potuto visionare e fotografare l’arma, che anche voi, grazie alla sua cortesia, potete qui vedere riprodotta. Sembra che un altro esemplare, malgrado la sua rarità, sia abbandonato nei depositi di un museo del nord Italia. Ed è un vero peccato, inutile sottolinearlo.

fucile veneto collezione Tettamanzi

fucile veneto collezione Tettamanzi

Per i dettagli tecnici, riporto quanto ha scritto Dario riguardo al primo rinvenimento fotografico:

Purtroppo ci sono capitato sopra per caso, cercando immagini di fucili delle milizie piemontesi: un incaricato del governo Sardo batteva l’alta Italia diretto in Austria e negli stati tedeschi per ramazzare fucili in previsione della guerra contro la Francia, e scrive nel suo rapporto che a Trieste c’era questa partita di fucili destinati alla Repubblica di Venezia che è riuscito a ottenere,6 - fucile tettamanti ma non ne dà nessuna descrizione; inaspettatamente ecco la foto… studiando i disegni del Tartagna fino alla paranoia e comparando le immagini con quelle di fucili tedeschi e austriaci sono arrivato alla conclusione che in realtà il Tartagna sia un ibrido tra il fucile sassone 1778 detto “vecchio modello di Suhl” e quelli austriaci 1774/1767. La calciatura sembra quella sassone, le tre fascette piccole sono all’austriaca mentre la prima sembra proprio quella sassone, come la batteria. Il “pìrolo” davanti al ponticello è austriaco, come il calibro (mm 18,3) e la lunghezza di 150 cm.5 - fucile tettamanti

Riguardo alle fascette, il progetto Gasperoni Tartana, ne prevedeva quattro, come l’ordinanza austriaca di quegli anni, in realtà il fucile della collezione Tettamanti ne ha solo tre, un ammodernamento, presente anche nel secondo fucile napoletano coevo.

A suggello della provenienza dagli arsenali veneziani, un timbro sul calcio, riproducente un “leon in moeca”.

vecchio articolo mio, comparso su “Soldatini on line” 🙂

Millo Bozzolan

LA SPADA SCHIAVONA, ARMA BALCANICA, MA NATA PROBABILMENTE A BELLUNO

COME NACQUE LA SCHIAVONA bellunese.384081_2698489512126_1194476380_n
Il fornimento detto “a tre vie” della spada di centro, sembra sia opera del celebre spadaro bellunese Andrea Ferara che aveva bottega a Fisterre, lungo il corso dell’Ardo. Anche la caratteristica elsa ad “S” della schiavonesca e la complessa gabbia della schiavona vennero realkizzate, elaborando modelli levantini, da spadari bellunesi. A sua volta sembra che la famosa “Katzbalger” lanzichenecca sia di ispirazione bellunese, e potrebbe essere vero, dati i continui rapporti tre gli artigiani tedeschi e veneti.
Da “Le armi nei secoli del Rinascimento” di Gianrodolfo Rotasso in “Saggi di oplologia” edito dagli Armigeri del Piave di Treviso.

COME NACQUE L’ARTIGLIERIA VENETA: ESERCIZI E PROVE. LE DIVISE.

10733426_327702254097421_708117545_nNel 1775 nasce il primo reggimento di artiglieria veneta, in conformità all’evoluzione degli altri eserciti europei, era necessaria una maggiore professionalità nel settore, molto tecnico per sua natura. Ci si ispira alla scuola inglese, senza trascurare le altre, e anche la prima uniforme, col caschetto di cuoio ricorda un poco quella degli artiglieri albionici. Infatti l’incombenza fu affidata ad un inglese, il Pattison che si dedicò anche al Corpo degli Ingegneri Militari, co la collaborazione in questo caso, dello scozzese Dixon.
Trascrivo qui, dal volume del Concina, il calendario delle “fazioni” (esercitazioni) mensili, fissato in quell’anno:
al I del mese Esercizio della carabina (senza fuoco)
all’8 del mese Esercizio del cannon di campagna
al 15 Esercizio del cannon da nave
al 22 Esercizio del cannone da batteria
al 28 Esercizio del mortaio

uniti al periodico “ esercizio di montare e smontare dal loro letto le artiglierie.10733426_327702254097421_708117545_n

I mesi fissati erano marzo, aprile, maggio, settembre, ottobre e novembre.
All’esercizio partecipavano tre ufficiali, undici bassi ufficiali, quarantacinque cannonieri. Tutti i soldati erano armati di una carabina forgiata a Gardone e la prima divisa fu color grigio ferro, precisa il Concina, il Favaloro la vuole rossa, poi si passò alla blu, mantenendo un particolare caschetto rotondo. Della blu abbiamo un esempio al Museo Correr: una stampa riproduce un allievo ufficiale artigliere con caschetto, della scuola militare di Verona.
Ancora 12 prove di tiro avvenivano in maggio ed agosto, molto gradite ai cannonieri, perché vi erano premi in denaro per i più abili (tre ducati, una dicreta sommetta, all’epoca). Vi erano anche prove a fuoco con il “mortaio da bomba”. Ad agosto si sostituiva il cannone da batteria con il cannon da nave, dato che tutti gli artiglieri, come i fanti, erano periodicamente imbarcati.

LO STRAORDINARIO SLANCIO DELLA TERRAFERMA NELLA GUERRA CONTRO IL TURCO A LEPANTO.

UN COLLANTE COMUNE: LA FEDE IN CRISTO, piaccia o non piaccia a noi moderni, gli stati, anche quello veneto, si reggevano sulla Fede cristiana.

420966_3140494721980_759986986_nDopo la guerra di Cambray, in cui le masse dei contadini e dei cittadini della Terraferma si erano schierate con la Dominante, riconoscendo in essa la propria Patria, “Venezia non ebbe più alcun motivo di dubitare dell’apporto che le poteva venire in caso di guerra dalle comunità e dagli individui in Terraferma, anche se persisteva una traccia dell’idea che Venezia fosse soltanto “prima inter pares” – un’idea che anzi risultava sottolineata nelle rinnovate cerimonie di dedizione del periodo successivo al 1509.

La generale reazione alla minaccia turca del 1570 può essere considerata come una sintesi dei termini del rapporto tra governanti e governati. Solo il 25 marzo il senato riconobbe lo stato di guerra aperta, ma già dalla metà del mese la convinzione che il conflitto fosse inevitabile aveva diffuso nella Terraferma i primi sintomi della febbre da guerra.

Il 18 marzo il consiglio municipale di Padova promise di armare tre galere e di inviare all’esercito “100 zentilhomeni” e altrettanti soldati semplici a spese di ciascuno di essi e della municipalità. Lo stesso giorno Verona…si offrì di pagare 500 fanti per sei mesi all’anno per tutta la durata delle ostilità.

Altre offerte seguirono: la paga per mille fanti di terraferma da Brescia, per 400 per sei mesi da Treviso, una quantità non meglio specificata di cavalli, fanti e denari da Vicenza. Il 30 marzo arrivò un’offerta di 10.000 ducati da Bergamo che, pur lamentando la propria povertà a causa della carestia, si dichiarava decisa ad aiutare la Signoria in questa “ingiustissima guerra mossa per mar et per terra dal grande Ottomano Imperator de’ Turchi, crudelissimo nemico et persecutore della religion nostra christiana”.

Vi furono anche offerte d’aiuto collettive, dei castellani del Friuli, ad esempio, o dal Collegio dei notai di Treviso. Le offerte complessive delle comunità ammontarono a più di 100.000 ducati, più la paga per 2.200 fanti.

Da L’Organizzazione militare di Venezia nel ‘500 di Sir J. Hale ed. Jouvence.

LA FANTERIA VENEZIANA NEL MEDIO EVO

404347_3339771863784_1590061715_nDopo l’antica tradizione veneziana, secondo la quale tutte le classi sociali potevano portare armi, e l’incoraggiamento del governo all’addestramento militare tra la gente comune, non è una sorpresa scoprire che le truppe di fanteria veneziane erano numerose ed efficienti. Tra le più antiche vi erano le Milizie dei sei Sestieri di Venezia. Questi, nel 1262, vennero accresciuti sino a 500 uomini per distretto, per aiutare, in parte, i Signori di Notte, a mantenere l’ordine, appunto, durante la notte.
Nel 14mo secolo questi soldati venivano ancora scelti a caso.
Gli uomini selezionati per il prestigioso e lucrativo ruolo di balestrieri a bordo delle navi mercantili e delle galere venivano scelti anche tra i migliori dei vari poligoni di tiro di Venezia. Gli uomini compresi tra i 15 e i 35 anni venivano arruolati come balestrieri dai loro sestieri e suddivisi in “duodene” (12 persone) sotto la guida di un ufficiale del luogo che era anche responsabile del loro addestramento. Dal momento che tutte le classi sociali vivevano assieme, il duodene comprendeva ricchi e poveri, nobili e plebei che si addestravano e combattevano insieme. Naturalmente non tutti erano balestrieri. Altre armi della fanteria progettate in specifico per combattere la cavalleria comprendevano armi lunghe simili alle mazze ferrate e le lance munite di gancio, che fecero strage degli invasori ungheresi nel 1373.
Il fiore delle truppe di fanteria veneziane veniva tuttavia scelto dai ranghi degli Arsenalotti, erano loro a fornire le guardie per il palazzo ducale e gli altri edifici governativi, agendo come una forza di polizia e perfino come corpo di pompieri, fornendo anche distaccamenti di truppe di fanteria ben equipaggiate. Nel 1314, non meno di 1.131 balestre furono immagazzinate all’interno dell’Arsenale, mentre la sua nuova fabbrica di corde, provvedeva alle corde delle balestre.

Da Eserciti e battaglie (Osprey publishing) nr. 59
L’impero veneziano (1200-1670) ed. Del Prado