LE GALEE COMMERCIALI VENEZIANE, UN BELL’ESEMPIO DI CAPITALISMO DI STATO E IMPRENDITORIA PRIVATA.

4 Luca CarlevarijsSiamo tra il 1300 e il 1400, Venezia è uno stato governato da una aristocrazia di imprenditori, e quindi il governo cerca di favorire in ogni modo i traffici commerciali che si svolgevano tramite navi chiamate “cocche” per carichi grossi o imbarcazioni più agili e sicure (marinai e militari con armamento di difesa) chiamate “galere” o “galee”. Verso ma metà del 1300 tutte le galee erano di proprietà statale (tranne due o tre che trasportavano i pellegrini in Terrasanta) e venivano affittate a privati per i loro traffici mercantili.

Anche per varare una nave di quel genere i costi erano notevoli, quindi interveniva il capitale pubblico, altrimenti il traffico mercantile sarebbe divenuto monopolio per pochi. Invece cosi’ i privati potevano mettersi in società tra loro e partecipare all’asta dei noli per l’affitto dell’imbarcazione. Quindici – venti galere all’anno svolgevano quel compito. carlev-web-5943

Il miglior offerente  se giudicato degno dal Senato, riceveva un documento che lo autorizzava a gestire la nave per conto di un gruppo di investitori che formavano un tipo di società commerciale temporanea, una “impresa in nome collettivo”.

Egli era chiamato, in questo ruolo “patrono” ed era nominalmente il capo dell’impresa. oltre che comandante della galea. Egli doveva offrire al Senato tutti quei requisiti che assicurassero la capacità finanziaria per assumere l’equipaggio e per gestire la nave. In pratica il Patrono era spesso alle dipendenze di un capitalista che lo finanziava. image002

I noli per i viaggi in Oriente erano abbastanza alti in modo che potessero coprire i rischi, e i costi dell’attrezzatura nonché della costruzione delle navi.  I prezzi erano anche stabiliti in base alla politica commerciale che si voleva portare avanti in quel momento. Per esempio, nel 1423, per migliorare le condizioni del mercato di Venezia, le quattro galee inviate in Fiandra e in Inghilterra, ebbero l’esenzione totale da noli.

Al rientro, il “capitanio” della nave aveva l’obbligo di riferire a una commissione senatoriale, sul viaggio, sul comportamento dei vari “patroni”,sulla generale situazione commerciale incontrata. Dopo questo rapporto il Senato emetteva al rigurdo dei singoli patroni una nota di lode o di biasimo, che avrebbe pesato  sul conferimento di licenze future.

Per chi volesse approfondire, rimando a Frederic C. Lane, Storia di Venezia, capitolo su Splendore e declino delle navi mercantili.

L’arruolamento dei rematori (i bonavoglia) nella Venezia dello splendore.

Quanto riportato da Frederic C. Lane, era quello che succedeva nel bacino di San Marco tra il 13mo e il 15mo secolo. Ma l’uso dei rematori a contratto continuò, sia pure in maniera sempre più ridotta, sino all’ultimo secolo della Serenissima. I “bonavoglia” (rematori ad ingaggio) si ridussero sempre più sia per la mancanza di volontari (attratti da mestieri più facili e meno faticosi) sia per il ricorso ai galeotti, che scontavano così la loro pena. Venician_small_galley

Per arruolare la ciurma, un capitano di nave o un funzionario statale, se si trattava di galea da guerra, metteva un tavolo nel molo di fronte a Palazzo ducale, o sotto il porticato di questo dal alto del lungomare, e offriva anticipi ai candidati da lui scelti.  Per la legge una stretta di mano era sufficiente, ma la regola generale era che il marinaio riceveva tre o quatto mesi di paga in anticipo.

La concorrenza tra capitani era piuttosto forte, sicché taluni andavano a cercare i marinai a casa loro per indurli ad ingaggiarsi. Per impedirlo, il governo stabilì che gli anticipi non potevano essere recuperati (in caso di mancato imbarco) se versati altrove che non nei regolari luoghi di imbarco. 1024px-View_of_the_entrance_to_the_Arsenal_by_Canaletto,_1732

Quando la nave era prossima a salpare un banditore ne dava l’annuncio per tre giorni a Rialto e a San Marco. Appena si presentavano, gli uomini ricevevano il vitto a bordo; se non si presentavano al terzo annuncio venivano cercati dalle Guardie dei Signori della Notte e portati a bordo con la forza oppure messi in prigione, almeno se l’imprenditore era il governo.

Venezia non fece mai ricorso alle squadre di arruolamento forzato come invece facevano gli inglesi, ma in un momento di emergenza, nel 1322, furono offerti dei premi ai birri (sbirri) per ogni galeotto che riuscivano a rastrellare.

Un rematore doveva fornire delle garanzie, una volta ricevuto il premio di ingaggio, come tutti gli altri membri dell’equipaggio. Un parente o un amico spesso si rendeva garante per lui, come appare da documenti d’epoca in cui questi garanti chiedono il condono, non essendosi presentato all’imbarco il rematore, o per infortunio precedente, o perchè preso prigioniero dai genovesi. Venice_galley_rowing_alla_sensile1

Una causa di malcontento più grave tra gli equipaggi, poteva essere il cambiamento di destinazione del viaggio; la paga giornaliera era soltanto una parte della prospettiva di guadagno. Nei viaggi commerciali tutti avevano il diritto di portare gratuitamente una certa quantità di mercanzia con cui commerciare; e nelle spedizioni militari lo stimolo dell’ingaggio poteva venire dalla speranza di bottino, specialmente se i comandanti godevano buona fama e reputazione.

IL PRIMO STATO CON UN ARCHIVIO

archiviove4La Serenissima fu il primo Stato che creò un Archivio dove conservare tutti gli Atti deliberati dal Maggior Consiglio….. Continua a leggere

IL SOPRACOMITO CRISTOFORO VENIER VIENE TRUCIDATO DAGLI USCOCCHI E IL SUO CUORE DIVORATO 1613

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a guerra di Gradisca, ufficialmente non dichiarata, inconcludente, dispendiosa e ricomposta formalmente soltanto un anno dopo la sua conclusione, fu una guerra d’attrito atroce e interminabile, in cui non fu combattuta alcuna battaglia di qualche conto, né fu occupato alcun centro abitato importante. »
(Sir John Rigby Hale, citato in La guerra del Friuli. Altrimenti nota come Guerra di Gradisca o degli Uscocchi)

La guerra di Gradisca (16151617), così chiamata perché caratterizzata dall’assedio alla fortezza di Gradisca, è anche conosciuta come guerra degli Uscocchi (fonti veneziane) o guerra del Friuli (fonti veneziane e arciducali, queste ultime la chiamano anche guerra di Gradisca). Il conflitto vide schierati nelle opposte fazioni la Repubblica di Venezia ed il ramo austriaco della famiglia Asburgo.

Si trattò di un conflitto locale, che trovò però tratti internazionali nella partecipazione di mercenari stranieri, in particolare gli olandesi guidati daGiovanni di Nassau, e nel debutto di Alberto di Wallenstein, celebre condottiero della Guerra dei trent’anni, sotto le insegne asburgiche. Fu inoltre l’ultimo conflitto sul territorio italico cui presero parte attiva milizie veneziane, se si eccettua la partecipazione secondaria alla poco più tarda guerra di successione di Mantova e del Monferrato.

Già nel 1592 Almorò Tiepolo era stato nominato specificatamente Capitano contra Uscocchi ed erano iniziati attacchi diretti alle loro basi, che peraltro godevano di ottime protezioni naturali. La principale all’epoca era Segna, nel canale della Morlacca. L’arciduca d’Austria, malgrado il risentimento per il mancato aiuto nella guerra in essere con i Turchi, aveva comunque interesse ad evitare una guerra aperta e cercò di prendere provvedimenti. In risposta a un blocco navale veneziano, esteso a tutto il litorale adriatico, nel 1600 inviò come commissario imperiale il goriziano Giuseppe Rabatta, nobile che intratteneva buoni rapporti con la Repubblica. Egli prese misure molto severe, condannando a morte diversi capi uscocchi. Tuttavia la reazione dei segnani non si fece attendere ed egli venne assassinato nella notte del 31 dicembre 1601.[3][4]

Nel 1612 e 1613 i veneziani per rappresaglia giunsero a mettere a ferro e a fuoco possedimenti diretti dell’Arciduca. Ci furono ulteriori tentativi diplomatici, con riunioni a Venezia e Vienna, che naufragarono davanti alle richieste austriache di libertà di navigazione nel golfo, in cambio della sistemazione della questione uscocca, che la controparte non era disposta a concedere.[4]

La situazione rischiò di precipitare nel conflitto aperto causa il clamore sollevato dall’orrida fine che gli Uscocchi riservarono al sopracòmito Cristoforo Venier. Assalita la sua galera presso Carlopago nel maggio 1613, trucidarono l’equipaggio, decapitarono il Venier e, cavandogli il cuore dal petto, lo divorarono.[7] Al successivo assedio di Segna da parte del Provveditore Filippo Pasqualigo (coadiuvato da un contingente di cavalleria turca che controllava le strade verso l’interno) fece seguito l’invio del plenipotenziario austriaco Tiefenbach, che giustiziò diversi uscocchi e scongiurò un’ultima volta la guerra.[4]

Una conferma che i veneziani, che da sempre privilegiavano la diplomazia alla forza delle armi, nel 1613 ritenevano oramai inevitabile uno scontro terrestre può trovarsi nell’insistenza con cui agirono per assicurarsi i servigi di Pompeo Giustiniani, che rifiutò due offerte prima di accettare una terza di ben 3000 ducati. Il Giustiniani raggiunse Venezia nel marzo 1614 e fu nominato comandante militare di Candia.[4] I veneziani confidavano che gli spagnoli, impegnati a ovest da Carlo Emanuele I di Savoia, da loro finanziato, non avrebbero aperto un secondo fronte e che l’arciduca di Graz non avrebbe trovato nemmeno l’aiuto dell’imperatore Mattia.[5]

Nel 1615 la situazione era fuori controllo. Gli Uscocchi raggiunsero nelle loro scorrerie, persino Monfalcone (enclave veneziana in territorio arciducale) e i veneziani, attaccando in risposta Segna, si trovarono a combattere non solo i pirati ma anche le truppe regolari dell’arciduca.[4]

https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_di_Gradisca

 

GALEAZZE DA GUERRA (Lepanto)

308181_2496637785959_1284049036_nDa “Le navi della Serenissima” di Cesare Augusto Levi 1892 (ristampa del Gazzettino)
GALEAZZE DA GUERRA (Lepanto)
A vela e a remi (sec. XVI) da un bassorilievo esistente nella chiesa di S. Giuseppe in Castello rappresentante la Sacra Famiglia ed una gloria d’angeli, lavoro di domenico Salò o Saldio. Questo alvoro fu commesso al Da Salò da un nobiluomo, di cui non si ricorda il nome, quale voto pella vittoria ottenuta dalle arme cristiane sopra i Turchi nella giornata delle Curzolari (Lepanto).
Infatti questa battaglia vedesi raffigurata sul parapetto dell’altare mentre che sulla mensa scorgonsi le due navi o la stessa sotto due aspetti, nonché la galea della tavola seguente.
I legni riprodotti erano galeazze da guerra, giacché sappiamo che le navi condotte dal senatore Francesco Duodo nella famosa battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1571, e che decisero della vittoria, erano appunto galeazze da guerra. Uno dei capitani avrà ordinato l’ex voto.

L’Ordinanza da Mar ovvero come San Marco chiamava i veneti a servir la Patria comune in marina

galeotti541La base della leva di Marina comprendeva non solo Venezia e le città costiere della Dalmazia, ma anche la Terraferma. Potev quindi capitare che dei contadini che fino al giorno prima non erano mai usciti dla paese si trovassero imbarcati come rematori galeotti (di galea) diretti verso lidi lontani. Poteva anche essere un affare, dato che ogni uomo dell’equipaggio, poteva imbarcare della mercanzia da rivendere al porto di arrivo. Ma ne abbiamo già parlato a proprosito della nascita delle Casse Peote.

La leva comprendeva uomini dai 18 ai 40 anni obbligati a un servizio triennale, era detta “Ordinanza da Mar” ed era il ruolo tra il quale si sorteggiavano appunto gli uomini da imbarcare anche come marinai dei vascelli. Venice_galley_rowing_alla_sensile1

Normalmente i domini oltremarini bastavano ad assicurare il fabbisogno di pace, ma in caso di necessità si traevano complementi detti “zontaroli” anche dalla Terraferma. Fino alla guerra di Candia vi eran soggetti 10.000 uomini, di cui 4.000 artigiani forniti dalla Scuole (di mestiere) fraglie e traghetti di Venezia e Dogado e il resot dalle singole Provincie (1200 Brescia, 800 Verona Padova e Treviso, 700 Vicenza e Udine, 500 Bergamo, 200 Crema e Rovigo.Venician_small_galley

In seguito le Provincie poterono convertire l’obbligo in una “tansa” -tassa- detta “insensibile” per acquistare condannati al remo presso stati esteri privi di Marina (Come Mantova, Modena  estati svizzeri e tedeschi), nonché di iscrivere nell’Ordinanza da Mar banditi, relegati, carcerati per debiti di imposta e soldati delle Cernide responsabii di gravi mancanze disciplinari o di ripetute assenze ingiustificate alle esercitazioni o “mostre”.

Era una condanna severa data la durezza della vita, dopo ogni campagna stagionale il 20 per cento dei rematori era sbarcato perché ormai inabile o moriva per malattia. Questo dato impressionante l’ho trovato in una raccolta di saggi che parlava delle pene e della vita nelle galee. Il resto nel vol “TRA I BORBONI E GLI ASBURGOdi Ilari, Boeri e Paoletti, di tanti anni fa.

 

 

NAVI VENETE: DALLA GALEA AL GALEONE

segnalatomi da Matteo Marcolin

Il nome galeone potrebbe far pensare che la galea abbia esercitato da parte sua una notevole influenza sulla genesi di questo nuovo tipo di nave, quando invece davvero pochi sono gli elementi strutturali direttamente riconducibili all’antico naviglio.

Galeon de Primo Rango

Galeone (galion) di Primo Rango

Il galeone trasse spunto, naturalmente migliorandole, dalle forme navali e dalle velature in uso fino a quel momento, risultando una felice combinazione dall’esperienza maturata con le grandi caracche di Enrico VIII, armate con cannoni nel ponte inferiore, dall’alberatura utilizzata per le caravelle atlantiche, dalla struttura dello scafo delle galere grosse e delle galeazze.

Il galeone darà vita a sua volta ad una nuova fase evolutiva della marineria, che porterà alvascello, il naviglio che concluderà il ciclo della nave da guerra a vela.

Galeazze, comandate a suo tempo da angelo Emo Stampe Coronelli

Galeazze, comandate a suo tempo da angelo Emo Stampe Coronelli

La memoria del varo di un galion avvenuta in Arsenale nel 1531 è incisa in una lapide posta a ricordo dell’avvenimento sul muro di un tezon della novissima granda. In questo periodo storico le bocche da fuoco imbarcate erano ancora scarse per quanto riguardava gittata, precisione, e peso del proietto utilizzato. Le murate e le fiancate resistevano ancora bene ai colpi e la perdita della nave era dovuta principalmente alla distruzione dell’alberatura ed eventualmente alla riuscita all’abbordaggio.

ex voto nella cattedrale di Corfù

ex voto nella cattedrale di Corfù

Tuttavia il passaggio alle navi da guerra a vela provocò un profondo mutamento della strategia operativa della guerra in mare. Oltre al fatto di poter compiere lunghe navigazioni in alto mare, l’evoluzione della velatura rese i navigli sufficientemente manovrieri, limitando l’immobilità solo durante i momenti di totale mancanza di vento. Anche la battaglia navale cambiò completamente la propria tattica, con le navi che ora si disponevano attaccando in linea di fila, non più frontalmente, e con l’ammiraglia situata in genere al centro dello schieramento.

Ancorato, è il caso di dirlo, al passato, il secolo evolutivo del galeone passò senza che il Senato si decidesse mai a dare credito sufficiente a questa importante novità; solo gli avvenimenti del XVII secolo, quando però ormai tutte le marinerie erano ormai a vela, spinsero la Repubblica ad iniziare ad accettare l’idea che l’epopea della guerra sul mare basata su unità mosse a remi stava decisamente volgendo al termine.

In questo clima di forte indecisione, l’Arsenale per il momento evitava di impegnarsi direttamente in questo tipo di costruzioni, così che i primi vascelli che furono messi a disposizione della marina Veneta vennero in parte noleggiati ed in parte acquistati dall’Inghilterra e dall’Olanda.

Finalmente nel 1660 il Senato ruppe gli indugi ed incaricò ufficialmente l’Arsenale di trarre dal Sol d’Oro, naviglio che era stato acquistato dall’Inghilterra, i piani necessari per costruire il primo vascello della sua storia.

23 dicembre 1667

Giove Fulminante

veliero veneto, modello esposto al Museo dell'arsenal a Venezia.

veliero veneto, modello esposto al Museo dell’arsenal a Venezia.

vascello di primo rango, costruito da Paolo Ottavio Corso, servì per 26 anni venendo disarmato nel 1693. Lungo in chiglia 38 metri (fuori tutto 44,50 praticamente uguale ad unagalera) e largo al madiere metri 10,90.

Il successo che riscosse questo primo naviglio dimostrò che gli Arsenalotti erano assolutamente in grado di affrontare con competenza e con grande capacità tecnica anche costruzioni concettualmente nuove. La nave divenne il modello per quelle che uscirono dall’Arsenale nel periodo di tempo fino al 1691. In 24 anni vennero costruiti 25 vascelli, di cui 5 di primo rango e gli altri di secondo e di terzo, ad eccezione di un solo vascello di primo rango, il San Giovanni Battista, che venne acquistato a Villafranca nel 1684.

Dichiarata conclusa l’esperienza maturata con la classe del Giove Fulminante, la serie successiva cambiò modello di riferimento ispirandosi ora ad un vascello di primo rango sul quale era stata operata una modifica.

Dichiarata conclusa l’esperienza maturata con la classe del Giove Fulminante, la serie successiva cambiò modello di riferimento ispirandosi ora ad un vascello di primo rango sul quale era stata operata una modifica.

battaglia navale a Lepanto (Curzolari) fu uno scontro tra galee

battaglia navale a Lepanto (Curzolari) fu uno scontro tra galee

1691

San Lorenzo Giustinian

vascello di primo rango, costruito da Giovanni Michiel, con misure simili al Giove Fulminante ma più lungo in colomba (asse della chiglia) di circa un metro.

Questa nuova classe fu adottata per la costruzione dei successivi 28 vascelli che furono portati a termine in Arsenale fra il 1693 e il 1716, fra i quali 20 di primo rango e 8 fra secondo e terzo rango. Anche in questa seconda fase due vascelli furono reperiti sul mercato, rispettivamente uno a Genova e uno a Livorno.

Archiviata anche la classe del San Lorenzo Giustinian, con nuove misure venne varato un terzo modello di vascello di primo rango.

1716 – Leon Trionfante

vascello di primo rango, costruito dal proto Francesco da Ponti, lungo in chiglia 41,50 metri e largo al madiere 11,60 metri. Questa terza impostazione venne adottata per le 15 navi, di cui otto vascelli di primo rango, che vennero costruite in Arsenale nei successivi 16 anni, quindi fino al 1732.

Nel 1740 il Senato decretò di continuare a costruire i vascelli secondo il modello offerto dal Leon Trionfante ma tenendo in opportuna considerazione le modifiche che erano state nel frattempo studiate. Iniziava così la quarta classe di costruzioni navali.

San Carlo Borromeo

vascello di primo rango, costruito introducendo le modifiche della poppa studiate dal proto Marco Nobili. Studiare le forme delle navi su modelli in scala ridotta ed in forma empirica, tuttavia, lasciava sempre aperta la possibilità di errori. Questa quarta classe perdeva troppo facilmente il timone, difetto che alla fine venne imputato alle forme troppo piene della poppa. Il San Carlo Borromeo fu perduto in una burrasca nel 1768 ma nel frattempo altri 16vascelli erano stati nel frattempo costruiti e non tutti furono così fortunati da arrivare al naturale disarmo.

Dopo la fiammata operosa fra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII, per il resto del ‘700 l’attività dell’Arsenale andò lentamente spegnendosi. Accantonata dal Senato ogni velleità di politica offensiva, fra le fila dei settecento marangoni, dei cinquecento calafati e dei duecento segadori iniziò a ripercuotersi quel senso di torpore e di lassismo che ormai pervadeva la Repubblica ad ogni livello.

1719 Fedeltà

Vascello impostato nel 1719 e varato nel 1769, quindi rimasto sullo scalo per 50 anni.

Forza

Vascello rimasto sullo scalo per 55 anni.

Oltre ai vascelli, l’Arsenale costruì anche numerose fregate di due classi, le più grandi da 44 o 46 cannoni, le più piccole da 32 bocche da fuoco. Le fregate erano il prodotto della differenziazione dei compiti introdotta presso le marine nel XVIII secolo, navi meno potenti e meno costose dei vascelli ma adatte perfettamente a quei servizi minori per espletare i quali era sufficiente una modesta potenza offensiva:

1724-1730

Sant’Andrea Fregate grandi di secondo rango

San Vincenzo

Compiti di ancora minore impegno, che presso altre marine erano affidati alle corvette, nella Marina veneta erano espletati da imbarcazioni tradizionali come i brigantini e legolette. Nonostante ciò, nell’ultimissimo periodo della Repubblica, si ritrova anche la costruzione di una corvetta.

Aquila Corvetta

I Vascelli di primo, secondo e terzo rango non differivano molto per la tipologia costruttiva, tranne che per le dimensioni e quindi di riflesso per il numero dei cannoni che potevano imbarcare. Un vascello di primo rango imbarcava da 70 a 74 cannoni e costituiva la nave più diffusa, l’ossatura di tutte le flotte. I vascelli veneti di secondo rango erano armati con 66 cannoni ed infine quelli di terzo rango da un minimo di 20 ad un massimo di 30 bocche da fuoco.

Per l’opera morta i vascelli costruiti in Arsenale non differivano assolutamente da quelli che si costruivano negli altri paesi, la diversità stava invece nell’opera viva, che dovette essere modificata per evitare un pescaggio incompatibile con i bassi fondali lagunari. Gli scafi veneziani erano mediamente più larghi e con la chiglia meno sporgente, ciò che probabilmente li rendeva complessivamente meno veloci e scarsi nell’andatura di bolina. A questo proposito, una certa analogia si riscontra fra gli scafi veneti e quelli degli olandesi, che dovettero superare problemi simili a quelli dei veneziani per poter raggiungere il mare aperto. Per permettere alle navi di superare alcuni passaggi particolarmente bassi, olandesi e veneziani usavano lo stesso accorgimento: coppie di enormi galleggianti ad immersione variabile che venivano affiancati alla nave. A Venezia questi apparecchi erano chiamaticammelli.