150 anni di camorra, Liborio Romano neo ministro italiano, a Napoli assume i camorristi come poliziotti.

Camorrista_800Presente in Campania da tempo immemorabile, è proprio nel 1860 – durante lo spodestamento di Francesco II di Borbone e l’arrivo a Napoli di Garibaldi – che la Camorra fa il salto di qualità e diventa uno degli innegabili protagonisti delRisorgimentopartenopeo.

Fu infatti l’allora Ministro dell’Interno del Regno d’Italia, il carbonaro mazziniano Liborio Romano, che, per sbarazzarsi dei poliziotti di Napoli – rimasti fedeli alla vecchia monarchia borbonica – decise di sostituirli direttamente con i suoi guappi… Questa storia incredibile ma vera è raccontata da Giuseppe Buttà nel suo “UN VIAGGIO DA BOCCADIFALCO GAETAmemorie della rivoluzione dal 1860 al 1861” (9).

A questo punto si rende opportuno un ragguaglio su Liborio Romano: Padre Buttà lo definisce a ragione, oltre che mazziniano, anche massone. La prova certa della sua appartenenza è riportata nello studio di Luigi Polo Friz “LA MASSONERIA ITALIANA NELDECENNIO POSTUNITARIO”Ludovico Frapolli ed. (10).bella-società-riformata

A pag. 137 del volume troviamo il seguente riferimento: “Nel 1867 morì Liborio, Ministro dell’Interno e della Polizia generale nell’ultimo governo borbonico. Su di lui esiste una non trascurabile letteratura. Amico di due grandi patrioti, Libertini e Stasi, della loggia Mario Pagano, «divise con loro l’amore per i valori liberal-democratici». Il Bollettino dedicò a Romano due pagine.(11) L’Umanitario gli concesse uno spazio assai più modesto, sebbene il necrologio fosse dovuto: nell’agosto del ’66 lo scomparso era stato nominato «Presidente interino della Sezione Concistoriale all’Oriente di Napoli» ed aveva ringraziato con entusiasmo sia Dominici che Bozzoni”.L’edizione utilizzata dell’opera di Buttà è quella Bompiani del 1985, prefata da Leonardo Sciascia (il brano in questione si trova alle pagine 117-122).

Ecco cosa scrive lo storico siciliano: “In Napoli è la setta così chiamata de’ camorristi; e per quelli che non la conoscono è necessario che ne abbiano un’idea; imperocché di questa setta se ne servirono i liberali per far popolo, rumore, dimostrazioni e detronizzare Re Francesco II di Borbone.

La setta de’ camorristi è molto antica in Napoli; ma alcuni sostengono che sia comparsa con la dominazione spagnuola. Difatti l’origine del nome Camorrista è da Camorra, che in ispagnuolo vuol dire querela. Altri poi dicono che Camorrista viene da Morra ch’è un giuoco ove si commettono soprusi e giunterie. Ed invero i camorristi traggono de’ guadagni sopra i giuochi leciti ed illeciti. Camorrista in Napoli suona ladro, giuntatore, galeotto, accoltellatore, usuraio guappo o sia spacconaccio. La gente onesta teme i camorristi, non li accusa alle autorità, e per lo più si sottomette alle loro giunterie, per non essere accoltellata da coloro che restano in libertà.(…)

Tutte le dominazioni, che si sono succedute, hanno accusate le precedenti, perché non hanno distrutto la setta dei camorristi, e poi esse medesime han finito per tollerarla, e qualche volta se l’han fatta alleata.lazzarone

Proclamata la Costituzione, il Ministero liberale fece Prefetto di Polizia Don Liborio Romano, nativo delle Puglie. Era costui un avvocatuccio infelice, o come suol dirsi, avvocato storcileggi: fu carbonaro, massone, mazziniano, e nel 1850 fu messo in carcere, ed in ultimo esiliato. Il 22 aprile del 1854, Don Liborio mandò da Parigi, ove si trovava allora, un’umile supplica al Re Ferdinando II, nella quale protestava: «Devozione e attaccamento alla sacra persona del Re: e se mai l’avesse offesa inconsapevolmente, prometteva in avvenire una condotta irreprensibile ». Re Ferdinando lo fece tornare nel Regno.

D. Liborio Romano, divenuto prefetto di polizia liberale, si circondò di tutta la Camorra napoletana, ed altra ne fece venire poi dal Regno, e dal resto d’Italia. Di alcuni di quei camorristi non so che novelli poliziotti ne abbia fatto; ad altri diede l’onorevole mandato di far la spia alla gente onesta, designata sotto il nome di borbonica, altri infine, ed erano i più facinorosi, destinò a soffiare nel fuoco della rivoluzione, in mezzo al popolaccio napoletano. Le prime prodezze dei camorristi – sempre diretti da D. Liborio, prefetto di polizia – furono gli assalti dati agli ufficii della vecchia polizia, essendo stata questa troppo curiosa di conoscere i fatti della gente poco onesta, e come intorbidatrice della pace de’ camorristi e de’ settari.

A dì 27 e 28 giugno, dopo tre giorni che si era proclamata la Costituzione, vi furono due assembramenti di camorristi, di lenoni, di monelli e di cattive donne, tra le altre la De Crescenzo e la celebre ostessa detta la Sangiovannara: tutti pieni di fasce e nastri tricolori, con pistole e coltelli, gridavano libertà ed indipendenza, a chi non gridasse in quel modo parolacce e busse.

Il 27 assalirono i due Commissariati di polizia, quello dell’Avvocata e l’altro di Montecalvario. Un certo Mele, capo di quelle masnade, che giravano in armi in cerca della vecchia polizia, ferì a Toledo l’ispettore Perrelli. Costui fu messo in una carrozzella per essere condotto all’ospedale: potea vivere, ma il Mele lo finì nella stessa carrozzella a colpi di pugnale. In compenso di quella prodezza, il Mele fu ispettore di polizia sotto la Dittatura di Garibaldi. Giustizia di Dio…! L’anno appresso il Mele fu accoltellato da un certo Reale, altrimenti dettobello guaglione; svenne, fu messo pure in carrozzella, ma prima di giungere all’ospedale morì.

celebrato come Eroe della Patria

celebrato come Eroe della Patria

 

Il prefetto Don Liborio, vedendo che tutto potea osare impunemente, il 28 riunì un grande assembramento di que’ suoi accoliti, e loro impose di assaltare gli altri Commissariati della vecchia polizia.

Le scene ributtanti e i baccanali di questa seconda giornata oltrepassarono di gran lunga quelli operati nella precedente. Quella accozzaglia assalì i Commissariati al grido di muora la polizia! Viva Carlibardi! – così alteravasene il nome dalla plebaglia – La truppa, che tutto vedeva e sentiva, fremea di rabbia, ed era obbligata da’ suoi duci a starsene spettatrice indifferente.

Gli assalitori de’ Commissariati gittarono da’ balconi tutte le carte, il mobilio, le porte interne, e ne fecero un falò in mezzo alla strada. Un povero poliziotto del Commissariato di S. Lorenzo si era occultato in un credenzone, e così, com’era, fu gittato da un balcone in mezzo alla strada. Intorno a quel falò si ballava, si bestemmiava, si cantavano canzoni le più oscene.

Il solo Commissariato della Stella non fu invaso e distrutto per quella giornata, perché i vecchi poliziotti di guardia si atteggiarono a risoluta difesa, e tennero lontani i camorristi e compagnia bella. Ma que’ difensori del Commissariato, vedendo che il Governo volea la loro distruzione, la sera abbandonarono il posto, che fu l’ultimo a essere distrutto.

Dopo che i camorristi fecero quelle prodezze, andavano attorno con piatti nelle mani a domandare l’obolo per la buona opera che avevano fatta. E i liberali, trovarono giustissimo quanto aveano operato i camorristi; poiché secondo la loro logica, la Costituzione proclamata importava uccidere i cittadini, che aveano servito l’ordine pubblico ed il Re.

Sarebbero state sufficienti queste prime scene inqualificabili, perpetrate da’ camorristi, capitanati da D. Liborio, prefetto di polizia liberale, per far conoscere anche agli sciocchi, e principalmente a chi potea e dovea salvare la Dinastia e il Regno, che la proclamata Costituzione serviva come mezzo sicurissimo per abbattere Re e trono. Ma si proseguì sulla medesima via de’ cominciati disordini, i quali si accrescevano giorno per giorno, ora per ora con selvaggia energia, ed a nulla si dava riparo. Ciò dimostra la tristizia e l’infamia degli uomini che allora aveano afferrato il potere, e la dabbenaggine di coloro che si dicevano, ed erano realmente, pel Re e per l’autonomia del Regno. (…)

la camorra mobilita le proprie famiglie e i quartieri per festeggiare l'annessione

la camorra mobilita le proprie famiglie e i quartieri per festeggiare l’annessione

Il ministro della guerra, Leopoldo del Re, devoto e fedele al Sovrano, in vista dell’anarchia sempre crescente a causa de’ camorristi, diretti e sostenuti da D. Liborio, prefetto di polizia liberale, tolse dal comando della Piazza il generale Polizzy, il quale non avea fatto impedire da’ soldati quei baccanali e quegli eccessi perpetrati da’ camorristi, e dal resto della brunzaglia napoletana. In cambio nominò il duca S. Vito, il quale proclamò lo stato d’assedio. Si proibì ogni assembramento maggiore di dieci persone, e la esportazione d’armi e di grossi bastoni. S. Vito uomo risoluto, a norma dell’Ordinanze di Piazza, volea procedere al disarmo.

D. Liborio però si oppose energicamente, conciosiaché disarmando i camorristi, egli, prefetto di polizia liberale, rimaneva senza armata e senza prestigio; e, sostenuto come era dalla setta e dai traditori che circondavano il Re, la vinse; ed i camorristi rimasero padroni di Napoli, cioè erano essi la sola autorità dominante.

Non contento ancora di avere a sé i camorristi, D.Liborio volle pure che i medesimi fossero riconosciuti e pagati dal Governo; di fatti ottenne un decreto, in data del 7 luglio, col quale si aboliva l’antica polizia, e se ne creava una nuova di camorristi, con nuove uniforme e nuovi principii, già s’intende.

 

Fu uno spettacolo buffonesco quando si videro in Napoli i camorristi dalla giacca di velluto, vestiti da birri, o sia da guardie di pubblica sicurezza, e i loro caporioni da Ispettori. Quei custodi dell’ordine pubblico faceano paura agli stessi liberali, e molti di costoro si dolsero con D. Liborio; il quale rispose di aver fatto benissimo; dappoiché i camorristi doveano essere compensati e protetti a preferenza, per grande ragione de’ servizii che aveano resi, e di quelli che doveano rendere ancora: diversamente, si sarebbero messi dal lato dei reazionari. Disse pure, ch’egli si augurava di fare di loro tanti onesti impiegati governativi; essi, che fino allora erano stati negletti e perseguitati (!); e che era suo divisamento cavare l’ordine dal disordine. (12) – Queste massime antipolitiche e antisociali, specialmente pel modo come l’applicava D. Liborio, erano imitate dallo stesso Ministero negli altri rami amministrativi, cacciando via gli impiegati antichi ed onesti, e surrogandoli con gente o ignorante, o dubbia o disonesta”.

 

GLI ESULI VENETO ISTRIANI, UN ARTICOLO DI RUMIZ CHE “STRENZE EL CORE”

esodo-1In Istria c’è un vecchio paesino fantasma. Era abitato da italiani ma dal 1954 non c’è anima viva. I muri delle case sono “perfettamente” sbrecciati. Paolo Rumiz ci arriva da Trieste in compagnia di un vecchio esule che ha impiegato quasi settant’anni per ritornare a visitare la dimora che lo aveva protetto dai tedeschi

Cercammo qualche segnalazione stradale, ma niente. Sembrava che del luogo fosse scomparso anche il nome. Eppure la direzione pareva giusta, una contadina croata ci aveva detto di continuare. Anche la guida dell’Istria ci confortava: dovevamo superare un torrente su un ponticello di traversine in ferro, e noi l’avevamo superato. Ma la strada era strettissima, fangosa e chiusa in un tunnel di sterpaglia. Le fronde grondanti di pioggia graffiavano la carrozzeria ed entravano dalle fessure dei finestrini impedendo la vista sulle colline. Alla fine la macchina si impantanò e una ruota si mise a girare a vuoto in un canale. Nel tentativo di riportare l’auto in carreggiata usammo il crick, che si ruppe. Tutto andava storto, era come se il luogo ci respingesse.

Ci mettemmo una mezz’ora a uscire dal fango a forza di spinte. A quel punto l’unica cosa sensata era proseguire a piedi. Così lasciammo l’auto in uno slargo provvidenziale e ci inoltrammo per una salita sassosa, senza troppa fiducia di essere sul giusto. Non passava anima viva, nemmeno a piedi, ma la meticolosa guida di Dario Albèri insisteva a farci continuare ancora per due chilometri in direzione della frontiera slovena. Il paese-fantasma, stava scritto, era lassù, “totalmente abbandonato, a 320 metri d’altezza”. Leggemmo ancora: “Le case vuote, senza porte e finestre, e le strade infestate di robinie danno un senso di sgomento”. CONTINUA 20634627/http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/08/19/news/il_grande_abbandono_di_vergnacco_il_paese_deserto_da_quasi_60_anni-20634627/

DUE FILASTROCCHE ANTI PIEMONTESI NATE PRIMA DELL’ANNESSIONE DEL VENETO.

56125_450Che il popolo veneto fosse sostanzialmente ostile ai nuovi padroni “taliani” è un fatto negato dalla storiografia unitaria. Ma noi che amiamo scrivere stupidate, come ha più volte sottolineato la pagina facebook “le cazzate degli indipendentisti”, mettiamo intanto due filastrocche dei nostri avi, come prova di quale aria tirasse veramente nel 1848. La borghesia era magari filo unitaria, ma il 90 per cento dei Veneti era ostile, se non indifferente. Ostilità che aumentò ad annessione avvenuta, con l’introduzione di tasse esose (persino sugli affreschi delle ville venete, poi anche sul macinato per fare il pane) e la povertà sempre più diffusa. Unica scelta, per moltissimi, fu l’emigrazione, al grido disperato “P…ca Italia, ‘ndemo via !)

Sono tratte da un bel periodico, “Quaderni veneti”, diretto dall’amico Roberto Stoppato Badoer, in redazione spiccava tra gli altri Moreno Menini, che credo abbia presentato questo articolo.

I piemontesi son partiti / con la piva nel suo saco / Carlo Alberto l’è un gran macaco / ch’el voglimo fusilar.

e ancora : I Piemontesi co i so bafi / l’è na manega de briganti / i coparemo tuti quanti / i metaremo soto i pié.

Scrive la Redazione: Questo canto antipiemontese fu raccolto da Scipione Righi nel 1857 a Marano di Valpolicella e risale alla guerra del 1848. Sta in diretta della sostanziale estraneità della classe contadina ai moti liberali e risorgimentali.

Aggiungiamo  un articolo di ETTORE BEGGIATO*20e70b3d-6afd-47cc-87e1-58ba38a5fa1412Medium

Il Veneto fu annesso all’Italia il 21-22 ottobre 1866 dopo un plebiscito-truffa scandaloso.

La prima conseguenza dell’arrivo dei “liberatori” italiani nel Veneto fu …la partenza dei veneti dal Veneto. I Savoja nella nostra Terra si propongono come i continuatori dell’infame rapinatore chiamato Napoleone….Una pesantissima coscrizione militare obbligatoria (attraverso la quale si sottraggono alla nostra agricoltura migliaia e migliaia di possenti braccia), la riproposizione dell’odiosa tassa sul macinato, una vera e propria tassa sulla fame, proprio come quella imposta da Napoleone ai primi dell’ottocento, e poi tasse sul sale, sul caffè, sullo zucchero, sul petrolio, tasse giudiziarie e via discorrendo.

C’è chi protesta, con una buona dose di ironia: “Co le teste dei taliani zogaremo le borele (bocce) e Vitorio Manuele metaremo par balin”, e chi, costretto dalla fame e dalla disperazione che flagella il nostro popolo come mai nella nostra storia, emigra. Interi paesi partono alla ricerca della “Merica”, soprattutto nell’America Latina e in particolare nel Brasile meridionale, ricreando un altro Veneto al di là dell’Oceano (Nova Bassano, Nova Vicenza, Nova Padua ecc.), un Veneto che dopo diverse generazioni conserva tenacemente la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria lingua.

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IL VENETO DEFINITO DA ROMA “IL BUBBONE D’ITALIA” NEGLI ANNI ’20.

L’ITALIA, UNA PATRIA MATRIGNA.

profughi-grande-guerra-750x350Le enormi devastazioni subite dalle terre venete a causa della prima guerra mondiale, furono la causa prima del collasso economico della prima metà del 900, della fame e disperazione nelle campagne, che i nostri nonni (per chi ha origine contadina più o meno lontana) ci han raccontato.
Vi era stato un periodo di crisi simile nell’800, con l’annessione italiana delle nostre terre, che portò solo fame e miseria, ma grazie alla tipica tenacia della nostra gente, a poco a poco, quelli che non emigrarono avevano, agli inizi del 900 rimesso in moto i settori produttivi, da sempre l’agricolo e il tessile. L’arrivo del ciclone immane e devastante della Guerra ci aveva messo di nuovo in ginocchio, peggio di prima, il risarcimento danni promesso era stato in gran parte sperperato (ben tre miliardi di allora) nella corruttela o per pagare in seguito lavoratori e imprese provenienti da altre regioni, mentre i locali soffrivano di una disoccupazione estrema e così l‘11 settembre del 1919 sulla Gazzetta Trevigiana si scriveva:20e70b3d-6afd-47cc-87e1-58ba38a5fa1412Medium

“Noi Veneti, che siamo forse un po’ particolaristici e, forse per tradizione storica, siamo un po’ abituati alla nostra caratteristica fisionomia regionale, cominciamo a credere di essere dimenticati dal resto dell’Italia, dimenticati dagli Italiani. Dalla guerra che ha sconquassato il Veneto si ricorda Vittorio Veneto, si ricorda il Piave, sulle cui rive fu salvata al Patria. Ma il Veneto campo di battaglia della guerra sterminatrice è un’immagine lontana: le sue rovine, le sue sventure, la crisi di spirito che lo travaglia, la miseria che lo insidia, sono cose ignote al resto d’Italia (…)E così noi abbiamo sentito scendere sui nostri dolori, e sulle nostre sventure (…)a poco a poco l’indifferenza e l’oblìo. E in genere -quando se ne parla- sentiamo parlare delle cose nostre con la tranquilla indifferenza di chi crede che ormai nel Veneto tutto sia stato sanato e medicato, tutte le piaghe rimarginate (…). Anche il “Popolo Romano” ha delle cose una visione rosea (…). Questo scrittore non ha visto ad esempio la vastissima zona del Lungo Piave, di desta e di sinistra. Non ha visto che in essa i campi sono tuttaltro che coltivati perché mancano i buoi e gli strumenti di lavoro e perché i campi continuano a celare ad ogni passo insidie di morte. 310x0_1421098528758_aieq0008Che la popolazione vive agglomerata spaventosamente in baracche, dove abitano insieme parecchie famiglie, in una promiscuità spaventevole, dove si fa di tutto, dalla cucina alla cura del pollaio. Che la gente tornata non trovando più casa, mentre splendeva il cielo sereno e il clima era mite, s’è rassegnata a farsi casa di una tenda e poche frasche, di raccolti rottami, ma ora che l’inverno è alle porte, se non vorrà morire, dovrà riprendere la via dell’esilio. Che vi sono paesi, un tempo saluberrimi, ora invasi dalla malaria: che la dissenteria infierisce e la mortalità vi è eccezionale. Che vi sono rovine di case in cui famiglie intere, non protette né riparate dalla piova e dalle vicende atmosferiche, intristiscono miseramente. Che i rifornimenti scarseggiano e manca spesso il pane. Che l’igiene pubblica è assolutamente dimenticata. Che certi paesi non hanno più nulla: né case, né botteghe, né chiesa (…) Tutta quella povera gente ha perduto la fede ed è scoraggiata, avvilita e non può lavorare. Sì, dove ha potuto l’operosa gente veneta, si è messa a lavorare. Ma vi sono troppi luoghi dove non ha potuto. Sì, i campi biondeggiano, ma vi sono territori sterminati e un dì fertilissimi, dove quest’anno non è stato seminato un chicco di frumento”.

Continua Bruno Pederoda: “A neppure un anno di distanza dalla fine di quell’immenso conflitto il regime costituito era riuscito a mettere la sordina ai suoi aspetti più angosciosi e a disfrenarsi nell’esaltazione dell’immaginario (della Vittoria, nota mia). Poi venne il fascismo e perfezionò la dose di narcotico con il risultato che lo stesso Veneto, il quale aveva provato nel più profondo della sua carne le atrocità della guerra, scordò lo strazio, a poco a poco.
Garriscono oggi al vento i tricolori, esplodono come ieri i vulcani della retorica, si strumentalizzano i fatti del passato forzandoli a sostenere più recenti vicende, i battimani si sprecano, la verità, mortificata, si rifugia in un angolo.
“tra macerie e miserie di una regione dimenticata” di Bruno Pederoda ed. Piazza pagg. 149-150

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, si ma a quale prezzo lo stiamo vedendo anche ora.

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”  la frase viene attribuita  a Massimo D’Azeglio.

Era il più piccolo dei figli di Cesare d'Azeglio e nacque a Torino nel 1798. La sua personalità è poliedrica: fu un buon pittore, un affermato letterato,

Era il più piccolo dei figli di Cesare d’Azeglio e nacque a Torino nel 1798. La sua personalità è poliedrica: fu un buon pittore, un affermato letterato,

Forse il Marchese Massimo d’Azeglio avrebbe fatto meglio a dare ascolto a suo fratello, meno noto nonostante fosse un filosofo di primo ordine. Si chiamava Prospero Taparelli D’Azeglio. Divenne Gesuita e premise il nome di Luigi. Formulò un principio chiaro e convincente in un suo saggio intitolato Della nazionalità. Esistono – asserisce questo pensatore cattolico – le nazioni. Si tratti di popoli dai tratti culturali comuni e che abitano in un territorio omogeneo. Non esiste però nessuna necessità storica secondo la quale la nazione debba costituirsi in uno Stato. L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita. Il nostro gesuita, soprattutto prima della deriva rivoluzionaria del 1848, guardava con una certa simpatia ad una confederazione degli stati italiani. Ma le cose andarono ben diversamente.

Pietro Tetar van Elven, Inaugurazione del Parlamento a Palazzo Madama il 2 aprile 1860,

Pietro Tetar van Elven, Inaugurazione del Parlamento a Palazzo Madama il 2 aprile 1860,

Per questo motivo, Taparelli d’Azeglio, dalle pagine della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei Gesuiti che nell’Ottocento fu una delle poche voci della “stampa libera”, espresse la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano. Manu militari furono invasi i piccoli e i grandi Stati della penisola, alcuni, come il Regno delle due Sicilie, all’avanguardia in campo economico e culturale: basti pensare ai 200 km di ferrovia, o al fatturato del complesso siderurgico di Pietrarsa, che riforniva buona parte dell’Europa. Insomma, come se, in tempi recenti, per fare l’Europa unita, uno Stato – che so, la Germania o la Spagna – avesse invaso gli altri stati e avesse detto: “ora siamo uniti”. Per un pensatore del calibro di Taparelli d’Azeglio, e per ogni persona che crede nella giustizia, il diritto internazionale non può ammettere ciò che accadde in Italia nel secolo XIX.

 Fu una sparuta minoranza di “patrioti” che riuscì a prevalere, con l’appoggio internazionale ricevuto, per motivi diversi ed opposti, dall’Impero francese e della Gran Bretagna, che per i propri interessi economico-politici aiutarono diplomaticamente e militarmente l’espansione del Regno di Sardegna. Del resto, il filosofo Augusto del Noce ha significativamente definito il Risorgimento italiano “un capitolo dell’imperialismo britannico”. Stando al ragionamento del Taparelli d’Azeglio, la costituzione della “nazione italiana” in Stato fu un colpo di mano antidemocratico: i numeri parlano chiaro. Nel Regno di Sardegna al tempo di Cavour, il Parlamento è eletto dall’1% della popolazione di questo piccolo stato. Questi parlamentari (la maggior parte dei quali parla francese e non italiano!) sostengono la politica spregiudicata del governo “liberale”. “I liberali di Cavour – osservava lo storico marxista Antonio Gramsci – concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione. Alle elezioni del 1861, le prime del neonato Regno d’Italia, secondo la legge elettoriale, gli aventi diritti al voto erano 418.850, cioè l’1,29% della popolazione. L’astensionismo fu forte: il primo Parlamento dell’Italia fu eletto da 239.853 votanti.

Taparelli d’Azeglio aggiunge: si faccia pure uno Stato-nazione purché le condizioni di vita della gente migliorino. Macché! Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso: il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote” il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”. La gente reagì come poté: al Sud, alcuni tentarono la resistenza armata, furono chiamati “briganti” e sterminati da un esercito di 120.000 uomini che mietè vittime molto più numerose che le tre guerre d’Indipendenza che furono ingaggiate. La maggior parte se ne andò: milioni e milioni di Italiani emigrarono. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari, datati 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini; il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”. Miseri, senza mezzi ed istruzione, gli Italiani che andarono oltre oceano trovarono spesso un solo aiuto per la loro promozione umana: preti e suore, come i Salesiani che si occuparono dell’educazione dei figli degli emigrati in Argentina e Brasile, o le suore di Francesca Cabrini che svilupparono una rete di istituzioni assistenziali nella città italiana più grande del mondo: New York, dove c’erano 600.000 italiani.

L’articolo, completo lo troverete qua http://www.cogitoetvolo.it/fatta-litalia-ora-bisogna-fare-gli-italiani/