EL MO£ETA! CHE VE GUZA LA FORBEZETA, DONEEE !! l’ARROTINO DI UN TEMPO.

Di Loredana Corrà 

titolo_20140725_1991221447Con questo richiamo malizioso, in cui ricorrevano le parole moleta, guzar, forbeseta, dal doppio senso, arrivava nelle contrade paesane e nelle città venete l’arrotino, spingendo la sua slaifera carisòla, una strana carriola su cui dominava una mola con il bocionél , il serbatoio dell’acqua che permetteva di tenere sempre umida la pietra smerigliata.

La carriola, perfezionata di generazione in generazione, era diventata nella sua versione di mola a gamba una vera e propria macchina di cui il mo£eta era giustamente molto orgoglioso: egli riusciva ad azionare la grossa mola solo con la leggera pressione del piede destro. Recentemente la bicicletta aveva sostituito la carriola e la mola veniva fatta girare da una catena collegata ai pedali dopo aver sollevato su un cavalletto la parte posteriore della bicicletta.DSC_0122

Spesso il mo£eta, o gua, o ueta, era accompagnato da un cacialìn, un giovane aiutante che, dopo averlo aiutato a piazzare la mola, faceva il giro delle case e raccoglieva i bagàt (coltelli), le sgalade (forbici)  da guzar  (affilare).

Quasi tutti gli arrotini provenivano dalla Val Rendèna, o dalla Carnia, o dalla Resia. Mentre gli arrotini resiani non avevano bisogno del gergo, poiché la loro parlata, una varietà slovena era difficilmente comprensibile fuori dalle loro terre, gli arrotini rendenesi ricorrevano spesso al taròn, durante i lunghi inverni tra i Taliani, ossia fuori della valle.

e gua cortei visto dal Grevenbrch nella Venezia del '700

e gua cortei visto dal Grevenbrch nella Venezia del ‘700

Lo parlavano quando non volevano essere capiti dagli estranei perché “ l’è coi berc ca se parla taròn” . Si può immaginare la sorpresa dei contadini che ospitavano un arrotino e il suo aiutante sentendo quest’ultimo rivolgersi con queste parole al suo padrone : “Paus la raspenta l’à stanzià l’albarin su la spingarda, al ciùfa, al scabia, al sboja ?”-padrone la gallina ha fatto l’uovo sulla paglia, lo prendo, lo bevo, lo mangio?-  Non meno stupore doveva suscitare la risposta laconica del padrone,: “Ciufal e scàbial galùp e fa ciàboc !” – Prendilo e bevilo, aiutante, e fa silenzio ! –

 

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